“Vi racconto le carceri italiane”

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Dal sovraffolamento al disagio, umano e sociale. Esiste un mondo dentro il carcere che troppo spesso trascuriamo, lavandoci la coscienza con la più classica delle frasi fatte: “Se lo sono meritato“. Ce ne ricordiamo solo quando la tragedia bussa alle nostre porte: un suicidio, una madre (come a Rebibbia) che uccide i suoi figli lanciandoli nel vuoto. Eppure molto si potrebbe fare per migliorare le condizioni di vita di chi popola i penitenziari italiani. Ne abbiamo parlato con Francesco Basentini, capo del Dipartimento di amministrazione penitenziaria (Dap). 

Umanamente e professionalmente che sensazioni lasciano tragedie come quella di Rebibbia?
“Terribili, umanamente devastanti. Si tratta di un evento unico nella storia penitenziaria italiana”. 

Si poteva evitare?
“Impedire che si verifichino fatti così assurdi e drammatici è difficile. Va detto, però, che probabilmente la macchina organizzativa non ha funzionato come avrebbe dovuto. Dalla lettura di alcuni atti emerge, in particolare, che c'era la possibilità di effettuare alcuni interventi, di carattere tecnico e medico. E, per quanto sia sin troppo facile giudicare col senno di poi, è altamente probabile che l'esecuzione di questi interventi avrebbe potuto evitare questa tragedia”. 

Qual è oggi la situazione dei minori al seguito delle mamme detenute? Come vivono?
“La legge consente la convivenza tra le mamme detenute e i loro sino ai dieci anni di questi ultimi. La coabitazione avviene all'interno degli Istituti di custodia attenuata per madri detenute, i cosiddetti Icam. Si tratta di strutture pensate per non essere un vero e proprio carcere, sono appartamenti nei quali è consentita una certa libertà di movimento. La custodia è affidata a personale non in divisa della polizia penitenziaria, mentre l'attività di supporto è svolta dai servizi sociali e dagli educatori. Si crea una vera e propria comunità posta al di fuori del carcere”. 

Subito dopo i fatti di Rebibbia, il presidente dell'Associazione Giovanni XXIII, Giovanni Paolo Ramonda, ha fatto un appello affinché le madri detenute e i loro bambini possano essere accolti all'interno di case famiglia per consentire ai minori di vivere in una dimensione diversa da quella del carcere. Come vede questa possibilità? 
“Va preso in considerazione tutto quello che comporta un miglioramento delle condizioni di vita dei bambini di madri detenute. Non vanno però sovrapposte questioni diverse…”

In che senso? 
“L'incidente di Rebibbia è un fatto molto particolare, parliamo di una donna che molto probabilmente versava in condizioni psichiatriche non compatibili con la presenza di bambini, qualunque fosse il luogo di esecuzione della pena o della misura cautelare. La stessa cosa sarebbe potuta avvenire anche se la madre non fosse stata una detenuta. Per cui non trovo molto sensato partire da questo episodio per intavolare una discussione sugli Icam, sui nidi o sull'organizzazione delle carceri”. 

Sovraffollamento, frequenti suicidi. Cosa non funziona oggi nel sistema penitenziario italiano?
“Uno dei problemi scatenanti di certi fenomeni, in particolare dei suicidi, dipende dall'elevata percentuale di popolazione carceraria con problemi psicologici o psichiatrici. Si tratta di persone che dovrebbero essere sottoposte a cure e terapie affidate al servizio sanitario competente per territorio. In sostanza: oggi nei penitenziari comuni vengono destinati individui che un tempo sarebbero stati affidati agli istituti psichiatrici giudiziari, ormai aboliti. Bisognerebbe dunque chiedersi se questo sia opportuno o non sia meglio trovare soluzioni alternative”. 

Come gestite questa situazione?
“Esistono sezioni specifiche dove vengono rinchiusi i detenuti con questa tipologia di problemi per essere sottoposti a cure. Parlo delle Rems, le quali tuttavia hanno posti limitati e non sono quindi in grado di coprire tutta la domanda. Di conseguenza quando la struttura è piena la persona che dovrebbe esservi destinata viene inserita all'interno del carcere. Il problema è che una cosa non può sostituirsi all'altra. Il fenomeno dei suicidi va quindi analizzato anche tenendo conto di queste variabili. E aggiungo una cosa…” 

Dica…
“La prassi vorrebbe che quando un detenuto varca la soglia del carcere si effettuasse una sorta di filtro, volto a verificare se, ad esempio, ci si trovi in presenza di un determinato quadro clinico. In alcune strutture viene svolta anche una visita psichiatrica. Sulla base dei risultati si fa una classificazione degli internati, al fine di allocarli in un settore piuttosto che in un altro. Se hanno problemi di natura psichiatrica saranno destinati alle Rems, dove verranno loro assicurate le cure da parte delle Asl”.

Dove si verifica il cortocircuito che fa compiere errori di valutazione?
“Può avvenire in qualunque passaggio di questa procedura. Dipende dall'errore umano”. 

La recidiva dopo il carcere, secondo gli ultimi dati, è al 68%. Significa che la funzione rieducativa, che ha sostituito quella punitiva, non produce i risultati sperati?
“La recidiva non sempre dipende dal carcere. La mission dei penitenziari è quella di rieducare i detenuti, di formarli per una nuova vita sociale. Ma deve fare i conti con le strutture e le risorse che il sistema mette a disposizione. Il carcere ideale è quello in cui è possibile svolgere attività lavorativa, impiegare il tempo libero in modo costruttivo, nel quale ci sono strutture sanitarie adeguate, un numero sufficiente di personale penitenziario e così via. Ecco, un carcere ideale di questo tipo in Italia non esiste. Dobbiamo fare i conti con quelle che sono le nostre possibilità”. 

Lei ha parlato a più riprese della necessità di migliorare la condizione di vita dei carcerati…
“E' un elemento imprescindibile, perché consente di alleggerire il clima all'interno dei penitenziari, di rendere il contesto meno stressante. Compatibilmente con le risorse a disposizione dobbiamo, innanzitutto, trovare delle soluzioni lavorative per i detenuti, magari cercando un'interlocuzione con gli enti locali e il mondo imprenditoriale. Stiamo siglando diversi protocolli che prevedono la divisione in gruppi dei detenuti meritevoli per portarli fuori dalla struttura penitenziaria a lavorare. Come Dap, su input del ministro della Giustizia, stiamo lavorando anche sull'aspetto dell'affettività. In questo ci tornerà utile la tecnologia, che ci consentirà, con i videocolloqui, di aumentare le occasioni di incontro e dialogo tra i reclusi e i loro familiari”. 

Ci sono realtà associative, come la “Giovanni XXIII”, che accolgono i detenuti in strutture alternative per una rieducazione integrale della persona. Come giudica queste esperienze?
“Tutto ciò che può agevolare il percorso formativo al di fuori del carcere è benvenuto. Il Dap non è chiuso nelle sue scelte ma aperto a qualsiasi confronto. Interloquiamo con tutte le realtà possibili per trovare soluzioni”. 

Le carceri diventano spesso i luoghi nei quali inizia quel percorso di radicalizzazione che foraggia il terrorismo internazionale. Quali sono le contromisure?
“E' vero. I penitenziari, oltre a essere strutture destinate all'esecuzione di una condanna, diventano spesso luogo di sviluppo programmatico di attività criminali. Basti pensare a cosa avviene, talvolta, nei centri di elevata sicurezza, dove vengono magari a contatto appartenenti a mafia siciliana, 'ndrangheta e camorra, stringendo nuove alleanze. La stessa cosa avviene con il terrorismo. Il Nic e il Gom della polizia penitenziaria servono proprio a svolgere attività investigativa all'interno dei penitenziari, di concerto con l'autorità giudiziaria”. 

 

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