Perché in Italia contrastare la corruzione è difficile

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Corruzione” è una parola che si trova nel dizionario di tutte lingue del mondo incisa così profondamente che, dal 2003, l'Assemblea Generale dell'Onu ha adottato la Convenzione delle Nazioni Unite per arrestare quello che è a tutti gli effetti un fenomeno dilagante a livello globale. Ma la Giornata internazionale contro la corruzione, che si celebra oggi, ha lo scopo di ricordare non solo uno dei maggiori ostacoli al raggiungimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile. Perché classificare la corruzione come  “malattia sociale endemica” non basta. Se n'era accorto anche lo storico latino Tacito, che negli Annali scriveva: “Moltissime sono le leggi quando lo Stato è corrotto” a sottolineare che, quando si tratta del bene comune, la percezione della legalità diventa fumosa se si mettono in prima linea i propri interessi. In quasi duemila anni, gli strumenti per individuare la corruzione sono aumentati, ma resta difficile cambiare la percezione culturale di essa. 

Il caso italiano

Il caso italiano parla da solo. L'autorità nazionale anticorruzione evidenzia, infatti, un problema non facile da superare. Nell'ottobre scorso, l'allora presidente uscente, Raffaele Cantone, illustrava in un dossier i dati presentati in tre anni di mandato: tra il 2016 e il 2019 è stato scoperto un caso di corruzione a settimana, per un fenomeno distributo in maniera pressocché omogenea in tutta la Penisola. La cartina della corruzione in Italia tracciata dal documento situa al primo posto la Sicilia, con il 18,4% dei casi rilevati, seguita da Lazio e Campania (rispettivamente 14,5% 13,2%). Qualche tempo prima che Cantone andasse a capo dell'Anac, era stata depositata una proposta di legge che ha poi seguito l'iter verso  la legge 179 del 2017

Davide contro Golia

Andrea Franzoso era un giovane funzionario in Ferrovie Nord. Un passato nell'Arma dei Carabinieri, ha da sempre un senso del dovere che supera la dimensione del tornaconto personale. Nel 2015 ha deciso di fare la cosa giusta, che in uno Stato di diritto dovrebbe essere la norma, non l'eccezione. Eppure, la sua storia ha scoperchiato una realtà a cui tutti noi siamo fin troppo assuefatti da dubitare del contrario. Andrea è quello che in inglese è chiamato “whistleblower“, colui che soffia nel fischietto, letteralmente. “È interessante – rileva lui stesso – che in Italia non vi sia un termine semanticamente equivalente”. Nella nostra lingua, i termini che più si avvicinano alla parola inglese hanno un connotato negativo: “corvo, talpa, spia, gola profonda” e questo spiega bene la differenza abissale fra il coraggio di essere onesti e la percezione comune della legalità. “Nella percezione collettiva […] l'Italia è un Paese senza speranza, nel quale lo stigma sociale è subito dalle persone che scelgono di denunciare la legalità” ha detto l'ex presidente del Senato, Pietro Grasso, alla presentazione del primo libro di Franzoso, Il disobbediente, un resoconto disarmante della sua storia. In più di un'occasione, lo stesso Cantone ha dichiarato che l'approvazione della legge 179 è avvenuta anche grazie alla sua storia. Andrea è uno che il tempo ha messo alle strette, ma che ha saputo vedere oltre il “bisogno”, concentrandosi, al contrario, sui “desideri” della sua vita. Oggi è ai ragazzi che si rivolge, portando il suo ultimo libro #disobbediente! (edito da DeAgostini) nelle scuole, con l'auspicio che un Paese all'insegna della legalità sia ancora possibile, nonostante la percezione degli adulti freni ogni buona intenzione.

Andrea, com'è nato quest'ultimo libro?
“Durante le presentazioni del mio primo libro, molti genitori mi chiedevano di dedicarlo ai loro figli. Su Facebook ho ricevutomessaggi da parte di tante mamme e papà che mi parlavano dei loro figli. La cosa che mi ha colpito è che in tutti questi messaggi ci sono sempre tre parole che ricorrono: figli, speranza, futuro, che sono intimamente connesse. Anche gli insegnanti mi hanno chiesto un testo per i percorsi di cittadinanza e costituzione. Oggi vado spesso nelle scuole, dalla primaria alle superiori, e spiego che un mondo diverso è possibile”.

Quando ha inzio la sua storia?
“Lavoravo in Ferrovie Nord a Milano e un giorno ho scoperto che il capo della mia azienda rubava, sottraeva risorse e beni aziendali per sé e per i figli: ad esempio, con la carta di credito aziendale comperava di tutto, dai cosmetici alla toelettatura del cane. Aveva anche dato la macchina aziendale a suo figlio, con tanto di tessera viacard e carta carburante. Ovviamente, con la macchina la cui targa riconduceva all'azienda, non gli importava di autovelox e ztl e così in 4 anni ha accumulato multe per oltre 181.000 euro di contravvenzioni al Codice della Strada. Il paradosso è che il mio ex presidente guadagnava circa 300mila euro all'anno di compenso”.

Gli altri lo sapevano?
“Certamente, perché la richiesta di rimborso andava al direttore amministrativo, che firmava e autorizzava la spesa, e passava dai contabili e dall'amministrazione. Se mi si chiede perché non hanno fatto nulla, posso rispondere che la maggior parte delle persone non vuole crearsi inimicizie, o lo fa per conformismo. E poi esercita il peso maggiore lo spirito gregario: in generale, cioè, le persone tendono a stare con il più forte. E poi stare col più forte significa mangiare, fa parte del nostro istinto. Uno ha paura di fare una cosa giusta perché teme di essere escluso dal branco. Parliamo di branco, perché questo presuppone un rapporto verticale, non di gruppo, dove invece c'è un rapporto tra pari. C'è una tendenza naturale a stare all'ombra di un capo, quando questo è vincente”. 

Cosa è stato difficile in tutta questa vicenda?
“Beh, è successo che le stesse persone che mi avevano acclamato mi hanno poi voltato le spalle per poi diventare indifferenti. I veri antagonisti non sono i corrotti, che si sono già condannati da soli. Sono gli indifferenti. I veri antagonisti sono la nostra paura e gli indifferenti, gli ignavi, quelli che vedono e fanno finta di niente, interessati solo al loro piccolo tornaconto personale. Personalmente, ho una fortuna grandissima: che non serbo rancore. Ho agito con la denuncia. Nel libro ho raccontato del voltafaccia della responsabile della selezione del personale e di molti altri, per esempio. Mi rendo conto che alcune persone sono – come dice Manzoni ne I Promessi Sposi – dei  'vasi di coccio' . Questa è una loro debolezza, ed è questo che fa male. L'indignazione più grande non la provo per i cosiddetti “cattivi” – che poi diventano i capri espiatori delle tante piccole cattiverie nostre -, ma per il comportamento degli altri, per la tendenza a soffocare la propria coscienza. Mi fa male l'indifferenza. Sono stato un anno disoccupato e ho dovuto reinventarmi”.

Cos'ha fatto quando ha scoperto tutto?
“Per prima cosa l'ho detto a chi all'interno dell'azienda avrebbe potuto denunciare e vigilare sulla corretta amministrazione della società, ovvero al presidente del collegio sindacale che, per legge, in caso di illeciti ha l'obbligo di denunciare. La sua risposta è stata: 'Usa questa informazione a tuo vantaggio', che è il potere del ricatto, di chi, al posto mio, avrebbe dovuto approfittare di questa situazione. Sono, poi, andato dai Carabinieri e ho fatto un esposto firmandolo con nome e cognome”.

Perché non ha usato l'anonimato?
“Ho scelto di farlo senza l'anonimato perché ho capito che c'era in gioco una cosa importante, cioè chi sono e chi voglio essere. Io non posso recitare una parte che non è mia. Mi sono detto: 'Devo avere rispetto per me stesso, non mi devo vergognare, perché la verità è aletheia, assenza di nascondimento'. Poi è partita l'indagine e tre mesi dopo, alla notifica della misura interdittiva, il presidente è stato costretto a dimettersi. Sono andato a lavoro quello stesso giorno del 19 maggio 2015. All'epoca ai miei non ho detto niente perché c'era un'indagine. Ma quando, la sera del 18 maggio, ho detto a mio padre che avevo denunciato il dirigente, lui l'ha presa male”.

Cosa le ha detto suo padre?
“Ha parlato la sua paura. Mi ha detto: 'Alla tua età non hai ancora capito come va il mondo, prendi su le tue cose vai via. Uno come te qua si rovina e basta. L'Italia è il Paese dei furbi, qua le cose non cambiano'. Parole che mi hanno toccato, perché mio padre si sentiva in colpa per avermi educato con certi valori che, ai suoi occhi, avevano cresciuto un figlio fragile, debole, indifeso”. 

Ha passato momenti difficili…
“Beh certamente, se a 39 anni ti ritrovi senza lavoro e per oltre un anno non fai colloqui. Però penso che sia stato giusto agire così, e nella denuncia ho riaffermato la mia identità, ciò che sono, ciò in cui credo. In passato, ero stato ufficiale di Carabinieri, ho fatto un percorso di quattro anni con i gesuiti. “Io sono le mie scelte”, diceva Sartre: non potevo rinnegare la mia vita, i miei 38 anni precedenti”. Qui c'è il dovere della testimonianza e sono consapevole che testimoniare significa anche patire delle conseguenze, accettare il martirio”.

Quando è iniziato il suo martirio?
“Quando sono stato messo all'angolo, perché formalmente avevo mantenuto lo stesso incarico, ma sono stato trasferito in ufficio dove passavo la giornata senza aver nulla da fare. Ho portato avanti una battaglia legale, ma ho perso perché all'epoca non c'era una legge che tutelasse chi denunciava gli illeciti. Ho chiesto il reintegro, ma dall'azienda hanno risposto che mi avevano trasferito senza demansionarmi. Quando è successo tutto, non ho rilasciato nessuna intervista sebbene mi avessero chiamato in tanti. Non volevo diventare un personaggio, volevo sparire ed essere dimenticato. La mia prima intervista l'ho rilasciata un anno dopo al programma Rai Report, perché la giornalista Milena Gabbanelli mi ha convinto dicendomi: 'La tua storia fa respirare il cuore'”

Una piccola luce in un momento di buio…
“Più che buio, è stato un momento di non-senso, quando io mi sono detto: 'Ho fatto una cosa buona, eppure sono senza lavoro'. Ho sentito la morte civile perché, dopo che hai mandato decine di curriculum e non ti chiama nessuno, perdi la speranza e l'autostima. Il conto corrente era sempre più magro, mentre l'ex presidente del collegio sindacale di Ferrovie Nord veniva nominato consigliere d'amministrazione di una banca: trovavo strano che una persona che era stata sanzionata dal Consob per la sua condotta potesse essere nominata nel cda di una banca, mentre io, che avevo difeso il patrimonio aziendale di Ferrovie Nord, ero senza lavoro. Mi sono detto: questo è il mondo alla rovescia, devo andare via, forse ha ragione mio padre”.

Cosa ti ha fatto desistere?
“Ripetermi che, dovunque io vada, porto sempre me stesso. Al di là degli indifferenti, in Italia c'è tanta gente seria e buona. Prima di mollare, ho cercato di trovare uno spazio nel mio Paese, perché andare via significava gettare la spugna e tradire quelli che continuavano a darmi fiducia. Il nemico vero di questo Paese è la rassegnazione. Corrado Alvaro diceva: 'La disperazione più grande che possa impadronirsi di un popolo è pensare che vivere rettamente sia inutile'. La rassegnazione è peggio della corruzione perché toglie le forze migliori. E poi il 18 ottobre fu approvata la legge sul whistleblowing al Senato, il 15 novembre alla Camera dei deputati. Fu firmata dal presidente della Repubblica il 30 novembe ed è entrata in vigore il 29 dicembre, il giorno di San Thomas Becket, martire della giustizia”

Oggi come ti vedi?
“Come il protagonista del bellissimo libro di Jean Giono L'uomo che piantava alberi. Per questo vado nelle scuole. Falcone diceva: 'La mafia e la corruzione non si combattono nelle aule di giustizia, ma fra i banchi di scuola”. Bisogna cambiare la cultura, perché anche a scuola c'è omertà, i ragazzi fanno fatica a segnalare episodi di bullismo”.

Cosa pensi della recente direttiva europea sul whistleblowing?
“La direttiva sul whistleblowing è stata firmata nell'ottobre 2019. Il Parlamento europeo l'ha approvata il 16 aprile scorso. Ora l'Italia ha due anni di tempo per adeguarsi perché la Legge 179 è un primo passo, è buona per quanto riguarda la tutela dei pubblici dipendenti ma per quanto riguarda i dipendenti privati è poca cosa. 
Sulla nuova legge penso che bisogni tutelare i dipendenti privati, che una persona possa scegliere i canali esterni e credo che le nuova legge debba prevedere un fondo di ristoro, perché ci sono spese legali da sostenere. Il fondo servirebbe per pagare le spese. Si potrebbe pensare anche di inserire il whistleblower nelle categorie protette, per agevolarlo nella ricerca di un nuovo lavoro. Perché l'aver denunciato, in un Paese come il nostro, spesso equivale a una disabilità“.

I dati Anac presentati a ottobre scorso non sono confortanti…
“È vero, ma mi piace vedere il bicchiere mezzo pieno: il numero delle persone che denunciano fatti illeciti è in costante aumento. C'è un cambio di passo, sta cambiando il paradigma culturale e ci vorrà del tempo, però la situazione sta migliorando. Negli Stati Uniti, invece, c'è una legge per cui i whistleblower ottengono un premio in denaro fino al 30% delle somme recuperate. Soltanto nel 2018, negli Usa, 217 persone hanno permesso al fisco americano di recuperare 1 miliardo 410 milioni di dollari ed hanno ricevuto premi per una somma complessiva di 312 milioni di dollari. Questo fa capire che Oltreoceano c'è un modo di ragionare diverso. Tuttavia io non sono d'accordo sull'introduzione di premi in denaro, in Italia.”

Qual è la ricompensa migliore?
“Per me la vera ricompensa è quella che mi dà la mia coscienza. Non mi lascio strumentalizzare e non voglio trarre alcun vantaggio da ciò che ho fatto. Perciò ho detto no a chi mi ha proposto una candidatura alle elezioni. La credibilità è un valore da custodire”.

 

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