In Italia si pagano più tasse della media europea

ULTIMO AGGIORNAMENTO 9:01

Nel 2018 i cittadini italiani hanno pagato 552 euro pro capite di tasse in più rispetto alla media annuale degli altri Stati membri dell’Unione europea. In totale fanno 33,4 miliardi, circa due punti del nostro Prodotto interno lordo. La media della pressione fiscale dell’Ue calcolata in percentuale al Pil di ciascun paese è del 40,2 percento, quella italiana è al 42,1. Questa percentuale sarebbe ancora più alta di circa sei punti se depurassimo il Pil dalla componente derivante dall’economia sommersa. Lo mette in luce un’analisi dell’Ufficio studi della Cgia di Mestre.

Il confronto

La Cgia ha comparato il carico dei 28 componenti dell’Unione europea e calcolato il differenziale pro capite tra l’Italia e gli altri paesi. Vero, paghiamo oltre 500 euro di imposte in più ma ci piazziamo sesti in una classifica che vede in prima posizione la Francia, che ha una tassazione al 48,4%  e dove ciascun cittadino versa al fisco 1.830 euro più rispetto a noi. Seguono Belgio, Danimarca, Svezia, Austria e Finlandia. Dopo di noi vengono paesi come Germania, Olanda, Inghilterra e Spagna. La Cgia ha calcolato che se avessimo la stessa pressione fiscale dei tedeschi, al di sotto del 41%, pagheremmo 24,6 miliardi in meno.  

Le due pressioni fiscali

Il nostri dati percentuale di tassazione rispetto al Pil sarebbero in realtà ancora più alti, di ben sei punti, qualora non tenessimo conto della cosiddetta economia (in primis lavoro in nero) che ‘fattura’ 209 miliardi l’anno perché la pressione fiscale si ottiene dal rapporto tra entrate fiscali e ricchezza prodotto. Addirittura chi paga le tasse si troverebbe con una tassazione al 48% .Quasi alla pari con i cugini d’Oltralpe.

I dubbi sulle soluzioni

La Cgia illustra come un’alta tassazione non solo sia un peso per tante famiglie ma anche disincentivo a fare impresa. Spiega il segretario Renato Mason: “Alle piccole e piccolissime imprese il calo dei consumi delle famiglie e la contrazione dei prestiti bancari ha provocato molti squilibri finanziari, costringendo tantissimi autonomi a chiudere l'attività”. Mentre Paolo Zabeo, coordinatore dell’Ufficio studi, chiede alla politica di passare dagli slogan ai fatti e di dare “con la prossima manovra di Bilancio uno scossone che nel giro di qualche anno riduca di 3-4 punti percentuali il peso delle tasse”. Aggiunge però che visti i nostri conti pubblici non troppo in salute – con un rapporto debito/Pil al 132%  e una crescita intorno allo zero –  ci sarà da intervenire sulla spesa improduttiva e i bonus fiscali, ma senza grandi speranze poiché definisce insufficienti le operazioni di spendig review degli ultimi governi. Sulla flat tax, con l’intenzione leghista di introdurre in un triennio un’aliquota unica al 15% per tutte le fasce di reddito, l’associazione degli artigiani e dei piccoli imprenditori mestrini replica che “l’applicazione della tassa piatta rischia di interessare un numero ristretto di soggetti con redditi medio-alti”. Mentre sull’idea del ministro dell’Economia Giovanni Tria di finanziare un taglio delle tasse con un aumento delle aliquote Iva (eventuale altra ‘bomba’ da 23 miliardi da disinnescare nella legge di bilancio), la Cgia dichiara che “favorirebbe sicuramente le esportazioni, ma penalizzerebbe i consumi interni a danno dei piccoli artigiani e imprenditori”. 

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