Il terzo settore è cresciuto del 2,2% in un anno

ULTIMO AGGIORNAMENTO 14:59
Volontariato

Centri di accoglienza nelle parrocchie, cooperative che trasformano la solidarietà in un volano per l’economia, enti per il sostegno agli indigenti. In Italia il non profit equivale al 9% delle imprese: 350mila istituzioni attive con 845mila dipendenti. Il concetto di terzo settore (o settore non-profit) deriva dalla considerazione dell'esistenza nel sistema economico e sociale di un primo settore (lo Stato) e di un secondo (il mercato). In tal senso, spiega Treccani.it, si identifica usualmente il terzo settore con quell'insieme di attività produttive che non rientrano né nella sfera dell'impresa capitalistica tradizionale (poiché non ricercano un profitto), né in quella delle ordinarie amministrazioni pubbliche (in quanto si tratta di attività di proprietà privata).

Comparto in crescita

I dati diffusi dall’Istat e riportati da Avvenire fotografano una crescita del 2,2% in un anno. “Cultura, sport e ricreazione rappresentano i due terzi del settore – sintetizza il quotidiano della Cei -. L’Italia dei professionisti del bene continua a crescere. Il censimento Istat sulle istituzioni non profit, relativo all’anno 2017, evidenzia un tasso di crescita superiore a quello delle imprese orientate al mercato”. I settori cultura, sport e ricreazione raccolgono quasi due terzi delle unità (64,5%), seguito da assistenza sociale e protezione civile (9,2%). “Rispetto al 2016, le istituzioni non profit aumentano per tutte le forme giuridiche, in misura più accentuata per le associazioni (+2%) e con l’eccezione delle fondazioni, in lieve diminuzione (-0,9%) – osserva Avvenire -. L’associazione è la forma giuridica che raccoglie la quota maggiore di istituzioni (85,1%), molto staccate ci sono poi le cooperative sociali (4,5%) e le fondazioni (2,1%)”. Il terzo settore rappresenta una realtà economica consolidata in numerosi Paesi. I risultati di uno studio comparativo effettuato dalla Johns Hopkins University su 35 Paesi (industrializzati, in via di sviluppo e in transizione) e rilanciato da Treccani.it, mostrano che il totale delle spese del terzo settore aggregato rappresenta il 5,1% del pil dei 35 Paesi, mentre la sua forza lavoro copre il 4,4% della popolazione economicamente attiva, con 39,5 milioni di lavoratori equivalenti a tempo pieno, dei quali 22,7 milioni remunerati (57,5%) e 16,8 milioni volontari (42,5%). Il numero complessivo dei volontari (a tempo pieno o parziale) raggiunge i 190 milioni (circa il 20% della popolazione adulta).

Un gigante composto da micro-imprese

La distribuzione della forza lavoro del terzo settore in base al campo di attività per 32 Paesi è la seguente: 23% nell'istruzione, 19% nei servizi sociali, 19% nella cultura, 14% nella sanità, 8% nello sviluppo, e il restante 17% disperso in campi minori. Ben il 63,3% di questa forza lavoro fornisce beni e servizi materiali, il 32,4% offre invece consulenze e servizi immateriali (difesa dei diritti, promozione di idee ecc.), e il restante 4,3% si distribuisce tra l'attività delle fondazioni, della cooperazione con l'estero e altro. L'attività del terzo settore, analizza Treccani.it, viene finanziata per il 53,4% attraverso tariffe, per il 34,9% attraverso sussidi o acquisti di beni e servizi da parte delle amministrazioni pubbliche, e per il rimanente 11,7% attraverso libere donazioni di cittadini e istituzioni private. L’economista cattolico Stefano Zamagni, presidente della Pontificia accademia delle scienze sociali. ed ex presidente dell’Agenzia per il terzo settore, interpreta l'emersione del terzo settore come un progetto di “economia civile” capace di incoraggiare quei processi di “reciprocità istituzionale” necessari alla promozione del “coordinamento orizzontale” della società.

Il rilievo del volontariato in termini di occupazione

I dipendenti aumentano in misura maggiore nelle associazioni (+9,3%) e nelle fondazioni (+3,8%). “La distribuzione dei dipendenti per forma giuridica resta piuttosto concentrata, con il 52,2% impiegato dalle cooperative sociali. Le cooperative sociali sono sottoposte all’obbligo della presentazione della dichiarazione Iva in riferimento all’attività istituzionale; pertanto, è possibile classificarle in base al volume d’affari – rileva il quotidiano dei vescovi -. Circa due terzi delle cooperative sociali operanti al Sud presenta un volume d’affari fino a 199 mila euro mentre quelle residenti nelle regioni del Nord-ovest e del Nord-est si caratterizzano per volumi di affari più elevati: le cooperative con un volume d’affari non inferiore a 500 mila euro sono rispettivamente il 42,8% e il 42,5%”. Riguardo all’attività economica prevalente, le cooperative sociali con volumi d’affari inferiori a 200 mila euro si concentrano nei settori dell’istruzione e ricerca dello sviluppo economico, quelle con un volume d’affari di 500 mila euro e oltre sono relativamente più presenti nel settore della sanità e, in misura minore, in quello dell’assistenza sociale.

Le linee guida del Papa al privato sociale

E’ stato Papa Francesco, nella sua prima intervista a un giornale economico-finanziario, a rafforzare con nuove e precise indicazioni il messaggio globale della sua pastorale economica e sociale, una delle cifre distintive del pontificato. Tra i temi un passaggio è dedicato al Terzo settore. “Manca la coscienza di un'origine comune, di un'appartenenza a una radice comune di umanità e di un futuro da costruire insieme. Questa consapevolezza di base permetterebbe lo sviluppo di nuove convinzioni, nuovi atteggiamenti e stili di vita”. Un'etica amica della persona “tende al superamento della distinzione rigida tra realtà votate al guadagno e quelle improntate non all'esclusivo meccanismo dei profitti, lasciando un ampio spazio ad attività che costituiscono e ampliano il cosiddetto terzo settore”. Esse, evidenzia il Pontefice al Solo 24Ore, “senza nulla togliere all'importanza e all'utilità economica e sociale delle forme storiche e consolidate di impresa, fanno evolvere il sistema verso una più chiara e compiuta assunzione delle responsabilità dei soggetti economici”. Infatti è “la stessa diversità delle forme istituzionali di impresa a generare un mercato più civile e al tempo stesso più competitivo”. Perché, ricorda Francesco “l'attività economica non riguarda solo il profitto ma comprende relazioni e significati. Il mondo economico, se non viene ridotto a pura questione tecnica, contiene non solo la conoscenza del come (rappresentato dalle competenze) ma anche del perché (rappresentata dai significati). Una sana economia pertanto non è mai slegata dal significato di ciò che si produce e l'agire economico è sempre un fatto etico”

Il modello Italia

In Italia ci sono più di 350mila realtà, il 2,2% in più rispetto al 2016, che impiegano quasi 845mila dipendenti (+3,9% nel 2017 rispetto all’anno precedente). Di conseguenza, aumenta la rilevanza del non profit nel sistema produttivo italiano che passa dal 5,8% del 2001 all’8% del 2017 per numero di unità e dal 4,8% del 2001 al 7% del 2017 per numero di dipendenti. I settori cultura, sport e ricreazione raccolgono quasi due terzi del totale (64,5%), seguiti da assistenza sociale e protezione civile (9,2%). “Rispetto al 2016, la crescita del numero di istituzioni risulta più sostenuta al Sud (+3,1%), nel Nord-Ovest (+2,4%) e al Centro (+2,3%) – riferisce Avvenire -. Le regioni più dinamiche sono Campania e Molise, in flessione invece Sardegna e Puglia. Nonostante la dinamica più sostenuta del Sud, la localizzazione delle istituzioni non profit si conferma molto concentrata sul territorio, con oltre il 50% attive nelle regioni del Nord, contro il 26,7% dell’Italia meridionale e insulare”.

Il traino del Nord-est

Il numero di istituzioni non profit ogni 10mila abitanti è un indicatore che misura la rilevanza del settore non profit a livello territoriale: al Centro-nord tale rapporto assume valori superiori a 60 (in particolare al Nord-est, dove raggiunge il livello di 69,2), nelle Isole e al Sud è pari rispettivamente a 48,3 e 43,7. “Più della metà dei lavoratori dipendenti è nei settori dell’assistenza sociale (36,9%) e della sanità (21,9%), seguiti da quelli dell’istruzione e ricerca (14,9%) e dello sviluppo economico e coesione sociale (11,7%) – sottolinea Avvenire – Rispetto al 2016, i dipendenti crescono in misura relativamente maggiore nei settori della cultura, sport e ricreazione (+16,1%) e della religione (+12,0%)”. Il ricorso al personale dipendente è maggiore in alcuni settori d’attività: se nel complesso l’85% delle istituzioni non profit opera senza dipendenti, nei settori dell’istruzione e ricerca e dello sviluppo economico e coesione sociale le percentuali si attestano rispettivamente al 41,6% e al 26,8%. In questi settori più di un’istituzione su cinque impiega almeno dieci lavoratori, quota che rimane il 10% anche nei settori della sanità (15,0%) e dell’assistenza sociale e protezione civile (11,9%). “Al contrario nei settori della cultura, sport e ricreazione, della filantropia e promozione del volontariato e dell’ambiente oltre il 90% delle istituzioni opera senza impiegare personale dipendente – puntualizza il giornale dei vescovi -. I lavoratori dipendenti impiegati dalle istituzioni non profit crescono di più al Centro (+5,3%) e nel Nord-est (+5,0%) mentre mostrano una lieve flessione nelle Isole (-1,2%). Nel complesso, i dipendenti delle istituzioni non profit risultano ancora più concentrati delle istituzioni non profit dal punto di vista territoriale, con oltre il 57% impiegato al Nord”.

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