“Ecco quando partirà la vera pressione dei mercati sull’Italia”

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Dopo un periodo di digiuno, gli italiani hanno riassaporato il gusto amaro del rialzo dello spread. È bastato che il Consiglio dei Ministri approvasse una Manovra capace di sforare il tetto del 2.1 di deficit, per mettere in agitazione i mercati. In Terris ha provato ad analizzare quanto sta accadendo con Lidia Undiemi, dottore di ricerca in Diritto dell’Economia e saggista, autrice de “Il ricatto dei mercati” (Ponte alle Grazie, 2014), libro-denuncia su come il lavoro e l’economia reale vengano assaltati dalla finanza internazionale.

Come giudica la Manovra?
“Pur essendoci alcune criticità, si tratta di una Manovra in controtendenza rispetto a quelle degli ultimi Governi, da Monti in poi, i quali non hanno fatto altro che seguire le politiche di austerità volute da Bruxelles, cioè dai mercati. Ciò che appare molto strano, a distanza di anni, è che ancora non è stata raggiunta una consapevolezza da parte dell’opinione pubblica sulla natura politica dello spread, che rende i popoli subalterni ai mercati e svilisce il valore delle elezioni democratiche”.

Lo spread come arma contro la democrazia dunque. È un complotto?
“È un dato di fatto che attraverso lo spread oggi i mercati svolgano una funzione politica. Basta dare uno sguardo alla lettera che la Bce inviò nel 2011 al Governo Berlusconi per rendersene conto”.

E cosa c’era scritto?
“Che, a causa della situazione critica dei titoli di Stato italiano, per ristabilire la fiducia degli investitori – leggasi le richieste dei mercati – andavano fatte una serie di riforme che sono poi state attuate dai Governi successivi. Penso all’art. 18, alla riforma Fornero sulle pensioni, alla revisione della contrattazione collettiva sui salari, ad ulteriori privatizzazioni. Si tratta di riforme che vanno a favorire determinati centri d’interesse, che possiamo riassumere nel concetto di capitale, e a sfavorire i lavoratori”.

Ma concretamente, lo spread come funziona?
“Basta fare una fotografia dell’Italia degli ultimi sette anni. Nel 2011 è schizzato lo spread diventando un’arma di pressione nei confronti del Governo Berlusconi tale da farlo cadere. È subentrato allora il Governo tecnico di Monti, con la garanzia che avrebbe risolto i problemi finanziari, ma in realtà il debito pubblico è rimasto alto e le divergenze di competitività nell’Eurozona (che si misurano con il target 2) si sono nuovamente acuite. E ancora: l’austerità ha impoverito i cittadini, i diritti dei lavoratori sono diminuiti, la riforma delle pensioni ha sfavorito talune categorie, il sindacato si è indebolito, la spesa per i servizi sociali si è ridotta. Strano che in molti non abbiano compreso che il problema è l'austerità e non lo spread. Oggi, ripeto, stiamo assistendo a un’inversione di tendenza con un Governo che vuole mettere al centro la collettività e non i mercati, che vuole farsi dettare il programma politico dagli elettori e non dai centri di potere”.

Prima parlava comunque di alcune criticità della Manovra…
“Credo che il vulnus sia il reddito di cittadinanza, perché per come è stato progettato, sebbene di base ci sia la buona intenzione di dare risorse ai più deboli, si ritorcerà contro il M5s e dunque contro l’attuale Governo”.

Si riferisce alla mancanza di coperture finanziarie?
“Il problema non è questo. Quando nel 2012 abbiamo impegnato 125miliardi di euro con il Fondo Salva Stati (Mes), gestito da un’istituzione non democraticamente eletta che impone le politiche agli Stati che ne fanno parte, o più in generale quando abbiamo destinato decine di miliardi di Euro ai fondi di salvataggio europei (compreso il Mes dunque), i mercati non hanno fiatato. Il punto è che i mercati si agitano solo quando si tratta di erogare fondi alla collettività, non quando ingenti somme vengono destinate a loro favore…”.

Allora qual è il problema del reddito di cittadinanza?
“Ce ne sono almeno un paio che credo sia il caso di sottolineare in questa sede. Anzitutto rischia di trasformarsi in un reddito da lavoro per lavoratori senza diritti. Chi lo percepisce è obbligato a lavorare 8 ore a settimana presso la pubblica amministrazione. Se da un lato Di Maio afferma di voler reintrodurre l’art. 18 per rafforzare i diritti dei lavoratori, dall’altro rischia di creare un bacino di milioni di lavoratori precari, quali sono quelli socialmente utili, senza un contratto e dunque senza diritti. C’è poi il problema dei centri per l’impiego: già nel 2003 con la riforma Biagi si tentò di riformarli promuovendo anche l’intermediazione privata; ma ciò non ha funzionato. Il punto è che il nostro sistema lavorativo funziona diversamente, premia il contatto personale tra domanda e offerta e non l’intermediazione di terzi”.

Ma in definitiva la ritiene una Manovra efficace oppure no?
“Pur essendo mossa da intenzioni nobili, cioè risponde al mandato elettorale e non allo strapotere di Bruxelles e dei mercati, va valutato se gli strumenti saranno adeguati. Bisogna aspettare e leggere tutte le misure e i costi, dopo di che si potrà avere un’idea più precisa”.

Molti prefigurano uno scenario simile a quello del 2011, con il Governo costretto alle dimissioni dalle pressioni dei mercati. Che ne pensa?
“Il vero spread, cioè la vera pressione dei mercati sull’Italia ritengo che avverrà quando Di Maio riprenderà la questione dell’art. 18, perché ricordo che il tema della licenziabilità è stato fondamentale per attuare l’agenda neoliberista cara ai mercati”.

Condivide quanto ha detto Borghi, cioè che l’Italia con sovranità monetaria avrebbe meno problemi?
“Ciò che penso è che con la sola uscita dell’Italia dall’Euro si rischia di pagare un prezzo troppo alto. Occorre ripensare al modello economico della globalizzazione che, per come è stato strutturato, crea solo disuguaglianza”.

Ma fattivamente è possibile uscire dall’Euro?
“È possibile farlo politicamente. Al contrario di ciò che si dice, l’Italia non ha mai ceduto la sovranità, ma la condivide con i trattati, dunque mantiene il diritto di fare una simile scelta. La questione è capire se il Governo sarebbe in grado di uscire dall’Euro senza grosse ripercussioni sulla collettività. Ad oggi non saprei dirlo”.

I recenti risultati elettorali, in Italia ma non solo, dimostrano che c’è un diffuso rifiuto nei confronti delle politiche di austerità. Il vento sta cambiando?
“Se questo cambio di rotta elettorale resta ancorato alla logica politica delle concessioni di Bruxelles, cambierà ben poco; se invece si traduce nel ritorno al rispetto della democrazia e dell’equilibrio degli interessi tra capitale e lavoro, possiamo aspettarci qualcosa di buono. Io credo che anche Macron in Francia o il Pd in Italia, dinanzi al crollo dei consensi, si stiano attrezzando per allentare le maglie dell’austerità, non fosse altro che per riconquistare l'elettorato”.

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