Cos'è il “No Way” australiano che piace a Salvini

ULTIMO AGGIORNAMENTO 12:28

Le recenti polemiche maturate intorno alla nave Diciotti attraccata al porto di Catania non scalfiscono il ministro dell'Interno Matteo Salvini. Il quale, intervistato da Rtl 102.5, rilancia sulla stretta sul fronte dell'immigrazione. L'obiettivo del Viminale è molto ambizioso, ossia azzerare gli sbarchi sulle coste italiane, per questo lo sguardo del segretario della Lega si volge verso l'emisfero opposto. “Voi sapete che in Australia c'è il principio del 'No way' – ha detto -: nessuno di coloro che vengono presi in mezzo al mare mette piede sul suolo australiano. A questo si dovrà arrivare. ll mio obiettivo – spiega il vicepremier – non è la redistribuzione in Europa ma che ci siano nei Paesi di partenza degli sportelli europei che decidano chi fugge dalla guerra ha diritto di partire non in gommone, ma in aereo, e arriva in Europa. L'obiettivo è che nessuno che arrivi in gommone possa mettere piede in Europa altrimenti il business della mafia degli scafisti non lo scardineremo mai”.

“No Way”: di cosa si tratta

Ma in cosa consiste precisamente il “No Way” australiano evocato da Salvini? Di fatto l'esecutivo di Canberra dal settembre 2013 schiera navi militari sulle coste che hanno il compito di respingere in modo sistematico tutte le imbarcazioni cariche di immigrati che tentano di giungere in Australia. Le navi intercettate in mare vengono riportate nei porti di partenza come ad esempio quelli dello Sri Lanka e dell'Indonesia. I migranti invece in alcuni casi vengono condotti in centri di identificazione a Papua Nuova Guinea oppure a Narau, come ricorda Tgcom24per la valutazione delle domande di asilo e l'eventuale concessione del diritto limitato però solo a queste due località. Si tratterebbe di un'operazione costosa: stando alle stime del governo australiano, a cavallo tra il 2013 e il 2014 è costata l'equivalente di circa 300 milioni di euro, solo per le spese militari, quindi escludendo quelle legate ai centri di accoglienza. Secondo il sito AnalisiDifesa, adottare il modello australiano sarebbe comunque conveniente per l'Italia rispetto alla situazione attuale. “Un anno di operazione Mare Nostrum – si legge sul sito – costò 108 milioni mentre nel 2016 le sole forze navali italiane delle operazioni Mare Sicuro ed Eunavfor Med hanno richiesto stanziamenti per 161 milioni di euro che coprono però solo i costi vivi, non certo l’usura di navi e velivoli. La via percorsa dall’Australia risulta complessivamente molto più conveniente sul piano finanziario perché i respingimenti farebbero risparmiare all’Italia i 4/5 miliardi annui spesi per l’accoglienza degli immigrati illegali e determinerebbero la fine dell’emergenza scoraggiando le partenze e consentendo la riduzione delle forze militari e di sicurezza marittima mobilitate”.

Lo “Yes Fly”

È evidente che il contesto socio-politico nonché la posizione geografica dell'Australia sono molto diversi da quelli dell'Europa. Il flusso migratorio spinge in modo massiccio dall'Africa verso le coste meridionali del Vecchio Continente. Pertanto, l'operazione “No Way” sarebbe difficilmente replicabile in maniera integrale. Un compromesso tra la chiusura ermetica dei confini e la necessaria opera di sostegno alle popolazioni vessate dell'Africa si trova tra le pieghe dell'intervista rilasciata da Matteo Salvini a Rtl 102.5. Il ministro dell'Interno ha manifestato la volontà di introdurre quelli che ha chiamato “sportelli europei” nei Paesi africani che si occupino di verificare chi fugge da guerre e persecuzioni e prevedere per queste vittime dei viaggi in aereo. Si tratterebbe di una sorta di “Yes Fly” per attenuare l'inflessibilità del “No Way”. Per dirla con un termine più noto, il ministro Salvini ha avallato i “corridoi umanitari”, dando così respiro europeo a un progetto di assistenza nei confronti di chi davvero ha diritto d'asilo che è già rodato in Italia grazie all'iniziativa della Comunità di Sant'Egidio, di concerto con la Conferenza episcopale italiana, la Federazione delle chiese evangeliche in Italia e la Tavola Valdese, che opera attraverso Caritas Italiana e Fondazione Migrantes.

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