Codice Antimafia, disputa sull'equiparazione fra corrotti e mafiosi

ULTIMO AGGIORNAMENTO 9:55

Tra qualche remora e malumori partitistici, il nuovo Codice antimafia è diventato legge, incassando 259 voti favorevoli alla Camera su 366 votanti. Il ddl approvato a Montecitorio si propone di velocizzare l’iter dei procedimenti di prevenzione patrimoniale e rendere più accessibile e trasparente il percorso degli amministratori giudiziari, estendendo le misure preventive anche a i reati di corruzione, terrorismo, stalking e concussione. Un’equiparazione, dunque, fra le figure del ‘mafioso’ e del ‘corrotto’ che, con la nuova legge, riceverebbero parità di trattamento. Ma, se la presidente della Commissione antimafia, Rosy Bindi, ha salutato la riforma come “un regalo al Paese”, quest’ultimo punto ha suscitato non poche polemiche fra i partiti che, in tale equiparazione, hanno visto più ombre che luci.

Proteste e odg

Particolarmente critica l’ala di Forza Italia, con il capogruppo Brunetta a sottolineare come con il nuovo ddl “siamo al ‘panpenalismo’. Non c’è alcuna distinzione, si porta tutto sul piano penale senza selezionare le singole tipologie di reato. A nostro avviso quest’estensione del penale a reati che nulla hanno a che fare con la criminalità mafiosa o con quella economica è inaccettabile”. Più o meno sulla stessa linea anche il Movimento 5 stelle, i cui rappresentanti hanno parlato di “un compromesso al ribasso” rispetto a un testo “uscito dalle modifiche del Senato e chi qui alla Camera ci è stato impedito di modificare”. A ogni modo, pur non essendo per ora previste misure correttive per la nuova legge, è passato il punto all’ordine del giorno (presentato dai deputati dem, con Ap e Civici e innovatori) che invita (e impegna) il Governo a rivedere il dibattuto passaggio e, più nello specifico, a “monitorare gli effetti dell’applicazione della legge”.

Il nuovo Codice antimafia

Al di là della diatriba sull’equiparazione fra mafia e corruzione, il nuovo testo di legge allargherà i fronti della prevenzione su un ampio piano di riforma, che andrà a incrementare misure relative a controlli, confische e sequestri (questi ultimi resi più veloci ed efficaci). Verrà inoltre riorganizzata l’Agenzia nazionale per i beni confiscati (che avrà sede a Roma), rafforzata da un organico di 200 persone sotto la vigilanza del Ministero dell’Interno. Viene inoltre introdotto l’istituto del controllo giudiziario delle aziende in caso di pericolo concreto di infiltrazioni mafiose. I controlli saranno previsti lungo un periodo compreso tra 1 e 3 anni e sarà possibile, per le imprese, richiederlo volontariamente. Pesante giro di vite anche sugli incarichi ai parenti, con il testo di legge a stabilire “maggiore trasparenza nella scelta degli amministratori giudiziari, con garanzia di competenze idonee” e “rotazione negli incarichi”.

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