C'è posto per il Family Day nel nuovo Parlamento

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Per i laici cattolici impegnati nella difesa di vita e famiglia è uscito un risultato agrodolce dalle urne elettorali. Diversi parlamentari che nella scorsa legislatura hanno opposto una strenua resistenza alle unioni civili, alla legalizzazione della cannabis e al Biotestamento, non rientreranno a Palazzo Chigi o a Palazzo Madama. Ci saranno però dei volti nuovi, militanti di partito o esponenti civici che promettono battaglia sui temi cari ai fautori del Family Day.

Quando ancora i nomi di tutti gli eletti erano lungi dall’essere ufficializzati, lunedì scorso, il leader del Family Day Massimo Gandolfini profondeva ottimismo. “I risultati delle elezioni politiche del 2018 sono anche il frutto del nostro meticoloso lavoro di contaminazione della politica – scriveva in una nota il neurochirurgo bresciano -. Il dialogo con tutte le forze presenti in Parlamento avviato fin dai tempi della discussione della legge sulle unioni civili è infatti poi inevitabilmente proseguito solo con coloro che hanno deciso di dare rappresentanza alle nostre istanze”.

Chi non ce l'ha fatta

“Contaminazione della politica” che, in termini squisitamente elettorali, non sempre ha attecchito. Tra le note amare, si registra la sconfitta nel collegio uninominale di Crotone dell’avv. Giancarlo Cerrelli, segretario nazionale del comitato “Sì alla Famiglia” candidato con la Lega alla Camera. Il giurista è rimasto travolto dall’onda “gialla” del M5S che ha invaso molte aree del Meridione. Non ce la fa nemmeno Olimpia Tarzia nel collegio 10 di Roma, dove nelle liste di Forza Italia alla Camera sfiora il 30% ma viene superata dall’esponente della coalizione di centrosinistra all’uninominale, il radicale Riccardo Magi, che ottiene il 32. Sconfitto in un altro derby romano sui temi etici anche Federico Iadicicco. Il responsabile nazionale del Dipartimento Vita e Famiglia di Fratelli d’Italia nel collegio uninominale Roma 1 per il Senato, è stato triturato da Emma Bonino, che sfiora il 39%. Deve cedere al trionfo del M5S in Salento Andrea Caroppo (Lega), che resta però in Consiglio regionale in Puglia. Lontanissimo dalla meta il Popolo della Famiglia, che con il suo 0,7% non riuscirà (per ora) a diventare “il baluardo dei principi non negoziabili” in Parlamento, come auspicava il suo fondatore Mario Adinolfi. Quest’ultimo invita però a non disperare. “In 219.535 (il numero di voti ottenuti dal Pdf, ndr) abbiamo iniziato il 4 marzo 2018, strada facendo diventeremo milioni. Noi non molliamo, è troppo importante la ragione fondante del nostro impegno e dunque il nostro impegno proseguirà”, ha scritto su Facebook.

Chi va via…

Oltre a chi sperava di entrare nei Palazzi per la prima volta, c’è poi chi fa le valigie. Torna a Padova con le pive nel sacco l'ex deputato Domenico Menorello, di Idea, anche lui subissato dall'onda “gialla” che si è abbattuta sul litorale romano (dove era candidato). Va via anche Eugenia Roccella (Udc), sconfitta a Bologna per il Senato dall’esponente di centrosinistra Benamati. “Dopo il voto di ieri i cattolici sono più irrilevanti che mai; più che altro, sono stati decimati”, ha commentato lei su Facebook. In effetti il prossimo Parlamento avrà diversi esponenti cattolici in meno: non è stato eletto Roberto Formigoni (Udc), mentre gli altri due centristi Carlo Giovanardi e Maurizio Sacconi e il forzista Fabrizio Di Stefano non si sono ricandidati, così come Gian Luigi Gigli (DeS-Cd), presidente del Movimento per la Vita italiano. Non ci sarà il ritorno in Parlamento per Antonio Guidi, l’ex ministro ora in Fratelli d’Italia esce sconfitto dalla contesa elettorale in Umbria.

…e chi resta

Ce la fa invece un’altra esponente della “vecchia guardia” cattolica in Parlamento: Paola Binetti (Udc) vince allo sprint sulla piddina Maturani e sul pentastellato Vaglio nel collegio uninominale Roma 3 per il Senato. Confermati a Palazzo Madama anche Maurizio Gasparri, Lucio Malan e Antonio Palmieri (Forza Italia), Gaetano Quagliariello (Udc), il siciliano Alessandro Pagano e la romana Barbara Saltamartini (Lega), interprete delle istanze pro-famiglia naturale fin dai tempi in cui era nel Ncd. Rieletto in Senato Gian Marco Centinaio, capogruppo del Carroccio nell'ultima legislatura, che ha ingaggiato negli scorsi mesi una dura battaglia contro l’approvazione del Biotestamento.

Le “new entry” per vita e famiglia

Al netto di tanti addii, la truppa parlamentare pronta a insorgere contro gli attacchi alla vita e alla famiglia si ingrossa con le “new entry”. Tanti i leghisti eletti che in passato hanno dimostrato fattivamente sensibilità alle istanze del Family Day. Alla Camera arriva Lorenzo Fontana, vicesindaco di Verona, che qualche settimana fa ha accolto con riguardo e condivisione il Bus della Libertà nella città dell'Arena. Dal Veneto scendono a Roma anche Massimo Bitonci, già sindaco di Padova, balzato agli onori delle cronache per la sua lotta al gender nelle scuole della città, e Arianna Lazzarini, che da vicecapogruppo regionale aveva ricevuto l’incoraggiamento scritto di Papa Francesco a proseguire il suo lavoro “per l’adeguata tutela dei valori tradizionali” e “per il riconoscimento del diritto dei genitori ad educare i figli”. Festeggia l’ingresso a Palazzo Chigi anche Massimiliano Romeo, che da consigliere della Regione Lombardia è stato l’artefice della scritta luminosa “Family Day” sul Pirellone. Da Bologna arrivano a Roma altri due esponenti potenzialmente “pro-family”: la leghista Lucia Borgonzoni e il forzista Galeazzo Bignami. Per un soffio non vince un’insperata sfida contro il centrosinistra a Livorno il giovane cattolico Lorenzo Gasperini, che ha età e baldanza per credere che il futuro sia dalla sua parte.

Il futuro è adesso per Simone Pillon. L’avvocato, una delle figure di spicco del Family Day, è eletto in Senato con la Lega. Soddisfatto del risultato ottenuto, in un video su Facebook Pillon predica prudenza e discernimento. “La politica – dice – è uno degli strumenti che dobbiamo adoperare: ma non è l’unico e non è nemmeno il più importante”. Il neosenatore invita a tenere alta l’attenzione “sul piano culturale ed ecclesiale”, perché “è da lì che si cambiano davvero le cose”.

Il M5S: una “valanga nichilista”?

E il lavoro da compiere in questo senso è davvero titanico. I milioni di elettori che hanno sospinto il M5S al trionfo elettorale hanno avallato, consapevolmente o meno, le battaglie di stampo radicale che i pentastellati hanno condotto in Parlamento e in alcune amministrazioni locali: dall’apertura delle aule scolastiche al gender alla proposta di legge depositata in Senato per normare l’utero in affitto; dall'invito a ridurre i finanziamenti pubblici alle scuole elementari e medie-superiori paritarie a quella per trasformare l’Insegnamento della religione cattolica in “Storia di tutte le religioni”; dal bacio omosessuale inscenato dai parlamentari grillini in favore della legge sull'omofobia all’appoggio alla legalizzazione della cannabis; dall’uscita del deputato Sibilia di legalizzare i “matrimoni di gruppo ed intespecie” al determinante sostegno al Biotestamento. Chi in cabina elettorale ha messo una X sul simbolo del M5S sa che, oltre al Reddito di cittadinanza, il folto drappello grillino propone queste svolte ultraprogressiste? Le condividono? Quanti voti spostano questi temi? Eludere le risposte significa, per l'appunto, non tenere alta l’attenzione sul piano prepolitico e culturale.

Intanto, però, nell’ipotesi che la maggioranza che si formerà in Aula sarà fondata su un asse radicale a trazione M5S, il drappello pro-family deve affilare idealmente le armi per la battaglia parlamentare. “La coalizione di centrodestra – commenta Gandolfini – è l'unico polo che resiste alla valanga nichilista dei 5 stelle. Ora dobbiamo insistere su questa strada e lavorare per dare coesione e unità a questo fronte, affinché mantenga fede ai nostri principi”.

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