Ilva di Taranto: il futuro nella decarbonizzazione

Il ministro dell'Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin richiama la necessità dell'Aia, l'autorizzazione integrata

Ilva
Foto di Karan Bhatia su Unsplash
L’ex Ilva come sfida per il sistema paese. Il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin auspica che Taranto mantenga la sua industria siderurgica. Anche se, sottolinea, “devo dire che i segnali che arrivano da Taranto non solo totalmente in questa direzione“. Tuttavia è chiaro che “per mantenere l’azienda siderurgica bisogna averla nell’obiettivo decarbonizzata. Per decarbonizzarla ci vogliono i forni elettrici. Per far quello bisogna arrivare a produrre l’elettricità e pertanto serve anche il rigassificatore. Se non si ha il rigassificatore non si riesce ad avere tutte queste cose”. L’Aia (autorizzazione integrata ambientale) per l’ex Ilva di Taranto “deve procedere perché altrimenti diventa omissione da parte dei commissari all’Aia”. Prosegue il ministro: “Naturalmente va avanti un’Aia che era quella dell’istanza fatta a suo tempo che era relativa a una produzione a Taranto di 6 milioni tonnellate. Poi se strada facendo si arriva a una posizione diversa anche rispetto all’accordo di programma, si valuterà. Al limite si andrà con una nuova procedura di ricorrezione. Però non c’è altra soluzione”. 
Ilva sindacati
Foto di Pawel Czerwinski su Unsplash

Il nodo ex Ilva

Intanto, in attesa dell’incontro al Mimit (ministero delle Imprese e del Made in Italy) per la discussione sull’accordo di programma, Fim, Fiom e Uilm richiamano l’attenzione sulla necessità di garantire la continuità produttiva dello stabilimento ex Ilva di Taranto, condizione che ritengono imprescindibile per ogni progetto di riconversione ecologica. “Senza continuità produttiva non potrà esserci nessuna decarbonizzazione”, avvertono i sindacati, preoccupati per la situazione degli impianti. L’incidente all’Altoforno 1, la mancata ripartenza dell’Afo2, le criticità sull’Afo4 e l’assenza di un piano di manutenzione rischiano di compromettere definitivamente il sito. Fim, Fiom e Uilm chiedono al governo un impegno concreto con risorse adeguate: “I 200 milioni previsti dall’ultimo decreto non bastano. Serve un piano finanziario per mettere in sicurezza gli impianti e garantire la ripresa della produzione”. I sindacati contestano anche l’esclusione dal confronto sull’Accordo di programma e chiedono chiarezza sulla cassa integrazione che coinvolge oltre 4mila lavoratori: “La trasformazione dello stabilimento deve partire da Taranto, non può basarsi solo su buone intenzioni. La decarbonizzazione si costruisce, non si improvvisa“. 
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Foto di Janusz Walczak da Pixabay

Dazi e acciaio

L’ex Ilva è un problema serio, ce ne siamo fatti carico nonostante alcune situazioni che si sono verificate in corso d’opera e che avremmo sicuramente preferito non ci fossero. Diciamo che il ministro Urso sta cercando in ogni modo di poter tenere aperto un impianto che rappresenta un punto fermo della siderurgia italiana”, osserva il ministro per gli Affari europei, il Pnrr e le politiche di coesione, Tommaso Foti. Questo è un periodo abbastanza caldo non solo per quanto riguarda l’energia, ma anche per i temi dei dazi– evidenzia il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini-. Noi non stiamo dicendo che il 10% è positivo o negativo, dipende dai settori, c’è uno che ha una marginalità molto bassa, che il 10% è un problema, ma oltre che il 10 % ovviamente dei dazi, dobbiamo aggiungere anche il 13,5% della svalutazione della moneta, che oggi anche quello è un capitolo che per noi è un tema di competitività”.
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Un complesso industriale (©Marcin da Pixabay)

Difesa

Tra le tante criticità, Orsini ricorda il problema delle materie prime rare e dell’acciaio. “Solo per dare un dato – puntualizza Orsini – il nostro centro studi ha mappato che circa il 9 % dell’import italiano, 333 prodotti è costituito proprio nell’acquisizione di materie prime rare diciamo dall’estero quindi questo è già un input significativo. E’ ovvio che stiamo facendo di tutto per riaprire tutto quello che è possibile per poter rendere anche indipendente il nostro Paese ma la stessa nostra Europa. Io penso anche ai rottami ferrosi che saranno fondamentali per alcuni settori. Pensate alla difesa, ovviamente se viene a mancare l’Ilva viene a mancare addirittura l’acciaio per poter produrre la difesa nostra“. 
Fonte: Confindustria

Vertice

Un vertice riservato con Snam a Roma. Nella giornata che ha rimesso Taranto al centro del dibattito nazionale sull’industria e la transizione ecologica, il ministro delle Imprese e Made in Italy Adolfo Urso ha scandito tempi e condizioni del futuro dell’ex Ilva. “Taranto deve poter contare su una vera decarbonizzazione”, ha detto dal palco, “ma senza un piano energetico adeguato non sarà possibile realizzare la transizione industriale dello stabilimento siderurgico”. Dietro le quinte, poche ore prima, Urso e il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, Gilberto Pichetto Fratin, avevano ricevuto a Palazzo Piacentini l’amministratore delegato di Snam, Agostino Scornajenchi. Sul tavolo, proprio il nodo del rigassificatore. “Senza la nave FSRU, con tutte le autorizzazioni, non sarà possibile alimentare i forni elettrici”, ha spiegato il ministro. È questo, oggi, il cuore della sfida per il rilancio dell’impianto tarantino. Un piano industriale che poggia sulla disponibilità di gas e che vede nella nave rigassificatrice attraccata nel porto di Taranto il perno della strategia nazionale sull’acciaio green. Il governo si dice pronto. Ma, ha precisato Urso, “non ho ancora avuto riscontro dagli enti locali. A Taranto abbiamo l’ambizione di realizzare un piano di piena decarbonizzazione dell’impianto per produrre, se troveremo l’intesa, 6 milioni di tonnellate green man mano che gli altoforni potranno essere sostituiti dagli impianti a forno elettrico”.

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