Il reato di tortura: la paura nel cuore di chi la vive

Una giornata per riflettere, una giornata per analizzare e capire, una giornata per impegnarsi e far si che certi reati in futuro possano non esistere più.

ULTIMO AGGIORNAMENTO 0:36

Il Coordinamento Nazionale dei Docenti della disciplina dei Diritti Umani celebra la Giornata Internazionale per le vittime di tortura del 26 giugno 2020. Tra l’altro in occasione del 50° anniversario della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha istituito la giornata per sollecitare i governi all’eradicazione totale della tortura e all’effettiva attuazione della Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura, ma qual è la situazione oggi? InTerris.it lo ha chiesto al dottor Antonio Stango, presidente Fidu (Federazione Internazionale Diritti Umani).

Cosa si intende per tortura oggi?
“La definizione del reato dal punto di vista oggettivo ci dice che è tortura qualsiasi atto con il quale si infligge ad una persona dolore o sofferenze acute fisiche o psiche. Al dato oggetto si aggiunge anche una motivazione, cioè queste sofferenze acute fisiche o psichiche devono essere inflitte per rientrare nella definizione di tortura, al fine di ottenere da questa persona o da una terza persona informazioni o confessioni oppure al fine di punire questa persona per un atto che ha commesso o è sospettato di aver commesso. L’obiettivo è intimidirla, esercitare pressioni, ottenere qualsiasi forma di informazione che può essere anche una confessione”.

La Convenzione delle Nazioni è rispettata?
“La tortura da quando esiste la convenzione internazionale contro la tortura ed altre pene crudeli, umane e degradanti, approvata dalle Nazioni Unite nel 1984 ha una definizione che a livello internazionale dovrebbe essere vincolante e condivisa da tutti gli stati. Nonostante ciò ciascuno stato nel proprio ordinamento può aver introdotto o no il reato di tortura specifico. Ci sono poi molti stati purtroppo retti da regimi autoritari dove non c’è un’affidabilità del sistema giudiziario e dove normalmente non ci sono dei processi equi. Qui fino al 90% ed oltre degli imputati confessa il reato di cui sono accusati e queste confessioni secondo alcune associazioni di analisti di diritti umani avvengono sotto tortura. Per cui siamo in realtà, in molti casi, in una fase che potremmo dire medievale, quando si confessava qualsiasi cosa anche di essere una strega o un eretico per far cessare la tortura”.

Quali sono gli stati meno tranquilli?
“Purtroppo sono tanti gli stati dove i diritti umani non vengono rispettati. Sono molte le organizzazioni internazionali specializzate nel redigere dei rapporti che tengono conto di numerosi parametri, io stesso ho contribuito per anni ad alcune di queste organizzazioni, e attribuiscono una valutazione di maggiore o minore applicazione degli standard internazionali sui diritti umani. In particolare si valuta il diritto ad avere un processo equo, il diritto a non essere sottoposto a comportamenti inumani e degradanti come la tortura stessa e la libertà di stampa e di associazione. Tutti i diritti umani che troviamo nella dichiarazione universale in alcuni stati sono rispettati quasi al 100%. Poi ci sono 193 membri delle nazioni unite che hanno un livello molto minore rispetto al 100%. Quelli dove la situazione è peggiore che nei rapporti annuali vengono normalmente definiti “worst of the worst”, il peggio del peggio, normalmente sono l’Iran, il Sudan, e per molti aspetti l’Arabia Saudita. Stati dove veramente il rispetto dei diritto fondamentali della persona è al minimo. Ci sono delle varianti che di anno in anno evolvono e riguardano il Venezuela ma è gravissima la situazione della Cina dove vivono un miliardo e quattrocento milioni di persone per cui immaginiamo che qui le gravissime situazioni dei diritti umani non sono dei casi sporadici. Quando parliamo di Stati che hanno una popolazione così vasta dobbiamo capire che in realtà gran parte della popolazione umana di questo pianeta soffre di violazioni molto gravi”.

La tortura può essere una forma di terrorismo?
“É tale se ad effettuarla sono degli agenti dei poteri costituiti al fine di raggiungere una confessione, di punire qualcuno che è sotto custodia. C’è poi una considerazione da fare circa un episodio che riguarda gli Stati Uniti. Qui sotto l’amministrazione di Bush dopo gli attacchi dell’11 settembre 2001 ci fu qualcuno che pensò che contro i terroristi si sarebbe potuta usare pure la tortura per ottenere confessioni o per evitare ulteriori atti terroristici. Tutto ciò fu però sconfessato dalle amministrazioni successive e fu naturalmente un abuso anche perché è proprio il testo della convenzione internazionale contro la tortura ad escludere qualsiasi pretesto per torturare”.

Tra le innumerevoli vittime che oggi stanno vivendo azioni di tortura nel mondo, ricordiamo il Premo Sacharov per la libertà di pensiero nel 2012 Nasrin Sotoudeh. Il 19 marzo la donna, avvocato che si batte per i diritti umani, attualmente detenuta presso la prigione di Evin, ha annunciato lo sciopero della fame dopo un pesante pena detentiva, come commenta?
“Nasrin era stata arrestata già diverse volte in passato, l’ultimo arresto si riferisce al giugno 2018. Lei è stata accusata di fare propaganda contro lo stato, di cospirare contro la sicurezza dello stato, cosa che evidentemente lei non avrebbe neanche potuto fare essendo un avvocato che difendeva a sua volta dei giornalisti da accuse di questo tipo. La ragazza è stata condannata a pene detentive lunghissime che hanno portato ad un accumulo di 38 anni, cosa che la società giuridica prevederebbe solo per reati più gravi. Pensate che solo la Corte Penale Internazionale e i tribunali penali internazionali per giudicare crimini di guerra, crimini di unità e genocidio, hanno un massimo di trent’anni di detenzione per i crimini più atroci, anche di massa per cui condannare a 38 anni di carcere questa donna è una vera ingiustizia, in più ci sono le 148 frustate e quindi siamo in presenza di una pena inumana e degradante secondo qualsiasi standard tranne la secondo il pensiero della tirannia di ayatollah iraniana. Per cui c’è davvero tutto il peggio in questo caso. Di fronte a questo, l’organizzazione per i Diritti Umani Internazionali, e la nostra stessa Fidu, ma anche il Parlamento Europeo e altre istituzioni internazionali più volte hanno rivolto degli appelli, il problema è che questi appelli dovrebbero essere a mio parere rafforzati da una giusta fermezza degli organismi internazionali e anche dei rapporti interstatuali rispetto all’Iran, in modo da poter fare pressioni forti perché quel regime cambi strada rispetto a quello attuale”.

Come ci si può rendere parte attiva per opporsi a questo reato?
“Informarsi ed essere informati a mio parere è la prima cosa perché se l’opinione pubblica a livello internazionale sapesse che cosa significa veramente la tortura, con gli atti crudeli inumani e degradanti che ne derivano, le persone sarebbero più sensibilizzate e potrebbero agire. Come agire? Il metodo più come è rappresentato dagli appelli e dalle manifestazioni, tutte forme di protesta che comunque devono andare avanti. Poi un tassello fondamentale è il sostegno che si può dare alle organizzazioni che si occupano dei diritti umani e di cui bisogna farne parte, anche alla Fidu stessa ci si può iscrivere ed organizzare iniziative insieme. Si può chiedere, e sono cose che noi facciamo, ai governi e alle organizzazioni internazionali, come l‘Unione Europea, che agiscano sugli stati che sistematicamente violano i diritti e usano la tortura. É un lavoro articolato e complesso che richiede attenzione ma certamente non dobbiamo cessare dal rivolgere l’attenzione a questi argomenti e svolgere queste attività”.

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