Sabato 20 settembre, per la prima volta nella storia dei Giubilei, si terrà a Roma il Giubileo degli Operatori di giustizia, ovvero tutti coloro che sono coinvolti nel mondo della giustizia, come giudici, pubblici ministeri, avvocati, operatori del diritto. Si attendono numerose istituzioni da tutto il mondo, le associazioni di categoria, le università e gli enti rappresentati, tra cui si cita il Ministero della Giustizia della Repubblica italiana, la Corte costituzionale, il Consiglio Superiore della Magistratura, la Suprema Corte di Cassazione, la Confederazione dei Giuristi Cattolici di Francia, la Corte Suprema degli Stati Uniti, la Corte Suprema del Brasile, la Suprema Corte di Giustizia della Colombia, il Tribunale Supremo di Spagna.
Forse non tutti i partecipanti sanno che la data è stata scelta per un preciso motivo: domenica ricorrono 35 anni dal martirio del giudice Beato, Rosario Angelo Livatino.
21 settembre 1990. E’ un venerdì mattina, l’ultimo giorno d’estate, ma in Sicilia le giornate sono ancora calde. Rosario Livatino, giudice del Tribunale di Agrigento sta andando al lavoro. Lungo la strada statale 640, vicino ad Agrigento, la sua Ford Fiesta color rosso-amaranto viene speronata, partono colpi di arma da fuoco. Lui è senza scorta. Contemporaneamente la sua auto viene affiancata da una moto enduro con due giovani in sella che cominciano anche loro a sparare. La corsa della Ford si ferma contro il guardrail. Livatino scende e tenta la fuga lungo la scarpata ma viene raggiunto dai colpi di arma da fuoco. Cade a terra, i killer si avvicinano e lo freddano con due colpi. Aveva 37 anni.
Secondo le sentenze della Corte d’Appello di Caltanissetta egli fu ucciso da uomini della Stidda, un’organizzazione criminale operante nell’agrigentino, a Palma di Montechiaro e Canicattì, a causa delle sue indagini contro la criminalità organizzata. Nel corso delle indagini venne alla luce che un noto mafioso della sua città lo definiva con spregio “santocchio” per via della sua frequentazione quasi giornaliera della chiesa.
Nell’agenda di Livatino, alla data del 18 luglio 1978, si legge: “Oggi ho prestato giuramento: da oggi sono in magistratura. Che Iddio mi accompagni e mi aiuti a rispettare il giuramento e a comportarmi nel modo che l’educazione, che i miei genitori mi hanno impartito, esige”. Fede e diritto, come Livatino spiegò in una conferenza tenuta a Canicattì nell’aprile 1986, sono due realtà “continuamente interdipendenti fra loro, sono continuamente in reciproco contatto, quotidianamente sottoposte ad un confronto a volte armonioso, a volte lacerante, ma sempre vitale, sempre indispensabile”.
Il 9 maggio 2021 Livatino è stato beatificato in quanto martire in odium fidei. Papa Francesco lo ha definito “martire della giustizia e della fede”, “ucciso per la fede in Cristo e nella Chiesa” e per “la sua nota dirittura morale per quanto riguarda l’esercizio della giustizia, radicata nella fede”. Infatti “era ritenuto inavvicinabile, irriducibile a tentativi di corruzione proprio a motivo del suo essere cattolico praticante”, come si legge nel documento della Congregazione delle Cause dei Santi.
La camicia che Livatino indossava il giorno del suo assassinio, consunta dal sangue del martirio, è stata per 32 anni un reperto processuale conservato negli armadi blindati del Tribunale di Caltanissetta. Oggi è una reliquia di un martire.
Quando gli inquirenti, all’indomani del suo omicidio, ispezionarono il suo materiale, trovarono ripetutamente scritto un acronimo, S.T.D., e si inquietarono pensando ad un messaggio cifrato per indicare il nome di chi lo perseguitava. Il mistero fu svelato da un suo professore universitario. Quella sigla era già presente nella sua tesi di laurea e in tutte le sue agende ed erano le iniziali di un’invocazione con le quali, sin dal Medioevo, si prega la divina assistenza nell’adempimento di alcuni uffici pubblici: sotto la protezione di Dio, “Sub Tutela Dei”.

