Usa, cosa cambia dopo le elezioni di Midterm

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L’America si è svegliata il giorno dopo lo scrutinio delle elezioni di medio termine, avvolta da sensazioni contrastanti. Non vi è stata alcuna blue wave (onda blu, colore dei democratici) paventata da diversi sondaggi, le elezioni di metà mandato hanno scongiurato l’ipotesi che aleggiava incessante sull’esecutivo di Donald Trump: i repubblicani, infatti, perdono la Camera dei Rappresentanti ma riescono addirittura a migliorare la propria posizione al Senato, attutendo l’entusiasmo di un Partito Democratico ancora in cerca di una propria identità dopo gli anni di presidenza Obama e la sconfitta della Clinton alle presidenziali del 2017. Nonostante molti analisti abbiano enfatizzato il perdere terreno del Presidente, ci sono buone ragioni per ritenere quella di ieri una vittoria per Trump, magari non così schiacciante come da lui stesso dichiarato tramite Twitter, ma comunque capace di fungere da volano per un ipotetico secondo mandato.

I precedenti

È possibile estrapolare una serie di dati molto interessanti dai risultati delle urne di ieri, specialmente se confrontati con le precedenti edizioni delle Midterm Elections, appuntamento elettorale saggiamente pensato dai Padri costituenti americani per bilanciare le ambizioni dei vincitori uscenti proprio a metà del mandato presidenziale; un avvenimento, dunque, decisivo nel funzionamento del bipartitismo statunitense. Nelle ultime quaranta edizioni delle elezioni di medio termine per il rinnovo della Camera dei Rappresentanti, il Presidente in carica ne ha perse ben trentasette. Due eccezioni degne di menzione si sono verificate in occasione dell’omicidio di John Kennedy e dopo gli attentati dell’11 settembre, per motivi di senso di coesione nazionale. In occasione delle edizioni del 2006, del 2010 e del 2014 con rispettivamente George Bush Jr. e Barack Obama in carica, il partito al governo ha sempre perso terreno. Dal 2002, però, lo stesso non aveva mai guadagnato seggi al Senato come nel caso di ieri (i Repubblicani passano da 51 a 53 seggi).

La “geografia” del voto attuale

La “geografia” del voto non ha riservato grosse sorprese: stando al dato del Senato, i repubblicani strappano ai democratici il seggio in North Dakota, Missouri ed Indiana, mentre i democratici riconquistano il Nevada. Alla Camera i democratici conquistano diverse aree “toss-up”, ossia “in bilico”, soprattutto nei collegi urbani dello Stato di New York, nel New Jerseyintorno a Chicago, Denver e Detroit. Il limitato recupero democratico ha avuto luogo, come da pronostico, nelle aree più urbanizzate, ma l’America più rurale, in un’ipotetica cartina che rappresenti i risultati dell’ultima tornata elettorale, occupa ancora la maggioranza del territorio, dal Texas fino alla remota Alaska. C’è da considerare, inoltre, che in Ohio, Pennsylvania e Florida (Stati ritenuti da anni decisivi per le elezioni presidenziali) i Repubblicani hanno vinto; in altre parole, se le Presidenziali avessero avuto luogo ieri, Trump sarebbe stato probabilmente rieletto con un numero superiore di grandi elettori a proprio favore. Nonostante le festanti dichiarazioni della leader Dem Nancy Pelosi, c’è poco da esultare per il Partito Democratico. A maggior ragione se si considera l’importanza strategica ricoperta dal Senato nel complesso quadro della politica statunitense, dal momento che questa assemblea esercita un ampio potere decisionale a riguardo di temi molto cari a Donald Trump come quello della ratifica di eventuali procedure di messa in stato d’accusa e dei trattati internazionali. Difficilmente, in questo contesto, i democratici potranno operare il cosiddetto “impeachment” nei confronti del Presidente per effetto dell’ormai famigeratoRussiaGate; potranno, senza dubbio, avviare indagini più approfondite, ma sarà molto difficile mandare a casa Trump per via di accuse che già suonavano fin troppo labili nel momento in cui sono state mosse lo scorso anno. I rapporti e le strategie messe in atto nei confronti di Unione Europea, Russia, Cina ed Iran rimarranno prevedibilmente invariate: la linea di Trump ed il progressivo disimpegno americano (con relativo smantellamento di una linea globalista a guida Usa) proseguiranno così come la linea varata sui dazi nei confronti di Bruxelles, Pechino e Teheran. Con lo choc fiscale in favore delle imprese, l’aumento dei salari e la chiusura all’immigrazione incontrollata già approvati, ai democratici non resterà che dare battaglia alla Camera sia per quanto concerne il famigerato “muro” ai confini col Messico, sia sui dazi.

Dem e Repubblicani: quali strategie future?

Democratici che ancora oggi faticano a trovare una propria identità, rifugiandosi su una difesa delle minoranze di obamiana memoria, trapelata dai nuovi dati e nuovi volti: nell’ultima tornata elettorale, infatti, sono state elette 107 parlamentari donne, alcune tra queste sembrano rispondere perfettamente all’identikit dettato dal politicamente corretto, nei confronti del quale i Democratici sembrano sempre più dipendere, imbavagliati in un rapporto che, stando alle ultime tendenza registrate in Occidente, non si fatica a definire autolesionista. Dalla 28enne di origine portoricana Alexandria Ocasio-Cortez (proveniente dal Bronx) alle prime due mussulmane elette, passando per la prima nativa americana e per la prima lesbica. Basterà infarcire le proprie fila di esponenti di svariate minoranze per rispondere adeguatamente alle prossime sfide che attendono gli Usa nello scacchiere internazionale e, soprattutto, per convincere un elettorato sempre più recalcitrante? Difficile prevederlo, ma una certezza c’è: a Mosca, stando a quanto riportato da diverse agenzie di informazione russe come Ria Novosti e Meduzanon sono certo dispiaciuti della buona prestazione di Trump alle elezioni di medio termine. Ciò che più viene temuto è un’ulteriore stretta sulle sanzioni economiche che i Dem porterebbero avanti senza badare alla tenuta delle già fragili relazioni bilaterali tra Washington e la Russia. 

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