Strage di cristiani al Cairo: davanti alla cattedrale esplode la protesta dei copti

ULTIMO AGGIORNAMENTO 11:29

E’ di 25 morti e 49 feriti il bilancio di un attentato all’interno della cappella di San Pietro e Paolo, adiacente alla Cattedrale ortodossa di San Marco, al Cairo.

Nel mirino del terrorismo in Egitto è finita nuovamente la minoranza cristiana del Paese, circa il 10 per cento degli oltre 92 milioni di abitanti, che dal luglio 2013 avevano espresso deciso sostegno al ministro della difesa, il generale Abdel Fattah Al Sisi, per la deposizione e l’arresto dell’allora presidente Mohamed Morsi, Fratello Musulmano eletto un anno prima.

Il capo dello stato ha proclamato un lutto nazionale di tre giorni ed ha espresso solidarietà e condoglianze alle famiglie delle vittime, mettendosi in contatto con il patriarca della chiesa costa ortodossa, Tawadros II, rientrato immediatamente da una visita in Grecia che aveva appena cominciato. Il patriarca officerà domani una messa nella chiesa della Santa Vergine, nel quartiere di Nasr City, a pochi chilometri dalla cattedrale. Nei pressi del tempio clima carico di grande commozione, occhi pieni di lacrime e gemiti di dolore non solo dei parenti delle vittime e dei feriti. Rabbia espressa anche nei confronti di presentatori televisivi noti per le loro posizioni favorevoli al governo che seguivano le celebrazioni e cercavano di raccogliere reazioni tra la gente.

Poco prima un raduno di protesta davanti alla cattedrale, di un gruppo di persone che scandivano slogan contro il governo per la mancata protezione della minoranza copta è stato sciolto dalla polizia con cariche violente. A nulla era valso nelle ore precedenti l’incrociarsi di dichiarazioni di varia fonte: dallo stesso presidente Sisi, al primo ministro Sherif Ismail, alla Forze Armate nel loro insieme, all’istituzione teologica più importante dell’Islam sunnita, l’università-moschea di Al Ahzar, al muft’ d’Egitto, ai dirigenti del partito salafita Al Nour (islamici radicali), al segretario generale della Lega Araba, Ahmed Abul Gheit (in visita in Bahrein).

Tutti a sottoscrivere, con toni diversi, l’unità di musulmani e cristiani egiziani a far fronte contro il terrorismo, che due giorni fa, sempre al Cairo, aveva sferrato un altro attacco dinamitardo uccidendo sei poliziotti e ferendone altri. E la storia dell’Egitto da quel luglio 2013 è stata punteggiata costantemente da attentati e operazioni contro i ”terroristi” dei Fratelli Musulmani, proclamati dal dicembre dello stesso anno fuori legge e presunti responsabili di ogni attacco contro lo stato, le forze armate e la polizia. Concentrati in particolare, ma non solo, nel nord del Sinai, dove un gruppo estremista armato denominato “Beit al Maqdis” (Partigiani di Gerusalemme) aveva poi dichiarato fedeltà all’Isis (Daesh per gli arabi) autodefinendosi ”Provincia del Sinai”.

E’ in quell’area che la lotta al terrorismo non è riuscita a riprendere il controllo del territorio, mentre di tanto in tanto l’uccisione o il tentativo di uccidere magistrati ed altre personalità eminenti egiziane ha continuato a suscitare paure, ma soprattutto tra i turisti stranieri, che hanno disertato sempre più le località del paese dei faraoni, dalle Piramidi, alle spiagge di Sharm el Sheikh, contribuendo a mettere in seria difficoltà le casse dello stato. Nessuno, peraltro è in grado di valutare che relazione possa esserci tra l’attentato delle scorse ore, che segna in modo traumatico l’esile avvio della ripresa economica, ed uno analogo del 31 dicembre 2010, quando un’esplosione falciò 23 copti egiziani e ne ferì altri 97 all’uscita della chieda dei Due Santi di Alessandria.

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