Strage del Mandalay, il rapporto finale

ULTIMO AGGIORNAMENTO 1:59

Trascorso quasi un anno dalla strage del Mandalay Bay, a Las Vegas, la domanda è ancora la stessa di allora: perché? Cosa abbia spinto Stephen Paddock, l'autore del massacro, a imbracciare un fucile e ad aprire il fuoco sulla folla resta tuttora un mistero. Non lo hanno capito gli inquirenti nel corso della lunga indagine condotta su quella sera dell'1 ottobre del 2017 e, probabilmente, non lo capirà mai nessuno. Paddock prenotò una camera del Mandalay, vi si recò nella notte del megaconcerto country organizzato proprio ai piedi del mastodontico hotel e, dopo aver rotto un vetro della sua stanza, iniziò a prendere di mira il pubblico con un fucile di precisione. Cinquantotto persone restarono uccise, vittime della follia di un singolo individuo, capace di entrare in uno degli alberghi più famosi di Las Vegas con un borsone pieno di armi, di uccidere e di tenere in scacco la polizia per ore, prima che riuscisse a far breccia nella camera quando Paddock si era già suicidato.

L'indagine

Negli ultimi 10 mesi, gli inquirenti hanno tentato di capire se dietro l'azione di Paddock si nascondesse qualcos'altro che andasse oltre la semplice follia omicida di un uomo comune. Settimane su settimane di indagine, ricerche, interrogatori, il tutto senza arrivare a nulla, restando con lo stesso interrogativo retorico con il quale l'investigazione era cominciata, quando i corpi dei 58 innocenti del Mandalay erano ancora riversi sull'asfalto secco della piazza, osservati dagli uomini delle Forze dell'ordine, anche loro increduli spettatori di tanto orrore. Quella strage Paddock la organizzò da solo, la compì da solo e per proprio conto: non ci sarà nessun altro accusato di essere connesso alla strage, come dichiarato dallo sceriffo della contea di Clark, Joe Lombardo. Nessuno lo aiutò, nessuno si rese complice della peggiore strage con armi da fuoco della storia degli Stati Uniti d'America. E, conferma la Polizia, non ci sarebbe nessun legame con il terrorismo, anche se la compagnia che gestisce l'hotel ha tentato di convincere i magistrati a qualificare la strage come tale, così da confermare la non responsabilità della società nell'azione di Paddock e risolvere il contenzioso in corso con le famiglie delle vittime.

Il materiale dell'inchiesta

Nel frattempo, in quasi un anno d'inchiesta di passi ne sono stati compiuti: le Forze dell'ordine hanno acquisito innumerevoli immagini delle videocamere di sorveglianza, ricostruito l'arrivo di Paddock e l'utilizzo da parte sua di esplosivi al trentaduesimo piano, dove si era barricato, per impedire l'ingresso della Polizia. Di tutto questo materiale, fra rapporti e file audio, la Polizia ha reso pubblici tredici dossier, concerneti gli ultimi tre mesi d'indagine. Quelli decisivi per appurare che quella strage insensata il killer la studiò da solo. E da sé la compì, gettando nel terrore le migliaia di partecipanti al concerto country di quella notte e l'America intera di fronte a due dilemmi: perché ci sia riuscito e perché lo abbia fatto.

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