Stop ai migranti. Il “pugno di ferro” delle milizie libiche

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Zuwara è una cittadina costiera della Libia nord-occidentale. È il punto nevralgico del traffico di esseri umani e ogni giorno vede l’arrivo da ogni parte del continente africano di migliaia di uomini, donne e bambini pronti ad affrontare il lungo viaggio verso l’Europa su quelli che sono chiamati i “barconi della speranza”. Da Zuwara, con 350 euro, ci si può assicurare il posto su una delle imbarcazioni che poi si incammineranno verso le coste del sud-Italia. Quelle imbarcazioni logore e poco affidabili che alla fine vengono recuperate dalle autorità di Mare Nostrum. Barche dalle quali i passeggeri, troppe volte, finiscono per tornare indietro verso le coste della cittadina di partenza, affogati e mutilati.

Ma a Zuwara le milizie che controllano il territorio non ce li vogliono più questi barconi: ogni giorno le coste si riempiono delle salme di chi non cel’ha fatta e tra i cittadini sta aumentando il terrore per la diffusione dell’Ebola. Così le forze armate, sostenute dalla cittadinanza, da qualche mese si stanno occupando di riportare i migranti verso i confini della Tunisia. Li cercano all’interno dei casolari di campagna nei quali vengono “stipati” dagli scafisti prima di essere imbarcati, distribuiscono loro cibo e acqua e poi, dopo averli caricati su delle macchine, li riportano a casa, alle porte della città tunisina di Sabratha. Gli intimano di abbandonare l’idea di imbarcarsi da Zuwara verso l’Europa. I bar della città sono stracolmi delle fotografie dei corpi sdraiati a testa in giù sulle coste, come pesci.

Nei periodi di alta stagione, quelli che vanno da giugno a settembre, le carette che attraversano il Mar mediterraneo salpano con cadenza giornaliera. Ogni viaggio genera un giro d’affari i cui introiti, secondo l’agenzia stampa Redattore Sociale, ammontano a un massimo di 150mila euro. E fino a poco fa a questi si aggiungeva il pedaggio di 18mila euro da pagare alle milizie locali, che ricercano continuamente finanziamenti per l’acquisto del proprio arsenale. Tuttavia, da quando anche i cittadini hanno acquisito la consapevolezza del rischio che portano con sé questi migranti, la società civile è riuscita ad unire le forze per contrastare il fenomeno e tra residenti e aspiranti richiedenti asilo si stanno moltiplicando gli scontri. A metà giugno le persone sono scese in piazza per manifestare contro la partenza delle carette: “Non lasceremo che Zuwara diventi una città di vampiri”, recitava un cartello alzato in piazza da un giovane col volto celato da una simbolica maschera chirurgica.

Il “pugno di ferro” adottato dalle milizie locali, assieme al movimento civile, ha di fatto fermato le partenze di questi barconi della speranza. “Fino ad oggi abbiamo mandato via circa 700 persone. Poi abbiamo bloccato le operazioni di ricerca perché fondamentalmente non sappiamo verso dove indirizzarli”, ha sottolineato uno dei miliziani al portale Redattore Sociale.

Le autorità di Zuwara, in collaborazione con le istituzioni internazionali, stanno definendo un piano di assorbimento delle migliaia di uomini e donne presenti in città. Ad esempio, in questi giorni, ci sono stati alcuni incontri l’Alto Commissariato per i Rifugiati delle Nazioni Unite, ma ancora non è stata presa alcuna misura per prevenire il fenomeno. E pure in questa situazione, a doversi “armare” per il contrasto delle tratte umane sono milizie, cittadini e autorità nazionali. Il fronte del Mediterraneo è un fronte comunitario, e nonostante ciò l’Europa continua a negare gli aiuti e le risorse che dovrebbero occuparsi del grosso problema delle migrazioni incontrollate.

 

 

 

 

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