Purghe silenziose: dopo il sindaco di Istanbul tocca a quello di Ankara

ULTIMO AGGIORNAMENTO 10:44

C'è chi le chiama “purghe silenziose” anche se ufficialmente si tratta di dimissioni per il “bene del partito“, cioè l'Akp del presidente Recep Tayyip Erdogan. Una resa dei conti interna costata la poltrona al sindaco di Istanbul, il potentissimo Kadir Topbas, dopo più di 13 anni e tre vittorie di fila alle amministrative. E che ora potrebbe coinvolgere il primo cittadino di Ankara, Melih Gokcek, quello, per capirsi, che in piena emergenza Irma aveva pregato Allah di mandare altre calamità sugli Stati Uniti.

Al momento non è previsto, ma non vuol dire che non accadrà in futuro”, ha detto oggi Erdogan, sibillino, dopo giorni di rumors su Gokcek, ininterrottamente alla guida della capitale dal 1994. Con il suo gusto per la metafora, Erdogan aveva parlato di “fatica metallica” all'interno del partito, invocando un team “più dinamico” in vista dei cruciali appuntamenti elettorali del 2019, con amministrative, parlamentari e presidenziali nel giro di 6 mesi. E a Istanbul e Ankara, dove nel referendum di aprile sul presidenzialismo ha prevalso il “no”, si giocherà una partita cruciale.

A Istanbul il posto di Topbas è stato preso dal giovane e rampante Mevlut Uysal, ex mini-sindaco di Basaksehir, periferia in rapida espansione e laboratorio del nuovo potere dell'Akp. Del resto, Topbas era da mesi sotto pressione dopo che il genero – l'imprenditore Omer Faruk Kavurmaci, che nella metropoli sul Bosforo ha fatto in questi anni affari d'oro – era finito in carcere per sospetti legami con la rete di Fethullah Gulen, l'ex sodale che Erdogan ritiene la mente del golpe fallito.

Una “sindrome del genero” che non ha risparmiato il primo cittadino di Duzce, centro sul mar Nero tra Istanbul e Ankara, le cui dimissioni sono giunte ieri, a poche settimane dall'arresto del marito della figlia, sempre per legami con i “gulenisti“.

In bilico ci sarebbero anche altri 5 sindaci di peso. L'opposizione, intanto, torna a denunciare il deficit di democrazia per decisioni piovute dall'alto che ignorano “la volontà degli elettori“. Ma ai sindaci al passo d'addio, oscurati dalle ombre guleniste, l'oblio deve sembrare meglio del carcere.

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