Mitteleuropa, crescita record

ULTIMO AGGIORNAMENTO 18:09

Il vecchio continente ha il cuore (e il portafoglio) a est. “L'Europa Centro-orientale è la regione con il più alto potenziale di crescita in Europa”, ha detto il presidente delle Assicurazioni Generali, Gabriele Galateri di Genola, nel corso dei lavori a Trieste dell' “Eastern Europe Investment Forum” organizzato da FeBaf (Federazione banche assicurazioni e finanza) e Mib Trieste school of management. Secondo i dati Econopoly-Sole 24 Ore sulla crescita, ad alzare la media europea sono i Paesi entrati a far parte dell’Ue solo nel 2004, come Slovenia, Slovacchia, Ungheria, Polonia o nel 2007 come la Romania. “Confrontare le performance di economie avanzate con quelle di altri Paesi emergenti non ha molto senso (anche se Slovenia e Slovacchia, ad esempio, sono considerate economie avanzate) – analizza l’economista Francesco Bruno -. Ma i tempi iniziano ad essere maturi per analizzare in maniera più approfondita i risultati che stanno conseguendo le cosiddette economie dell’est, per capire come sta andando il processo europeo di convergenza e cosa può insegnarci”.

Le ragioni del boom

Un dossier di Piotr Żuk e Li Savelin offre molti spunti di riflessione, focalizzandosi sui Paesi dell’Europa centrale, orientale e sud-orientale, suddivisi tra appartenenti all’Ue e alla moneta unica, alla sola UE o esterni (Bulgaria, Croazia, Repubblica Ceca, Estonia, Ungheria, Lettonia, Lituania, Polonia, Romania, Slovenia, Slovacchia, Albania, Bosnia ed Erzegovina, Macedonia, Serbia, Montenegro e Kosovo, collettivamente “Gruppo Cesee”). “Un gruppo eterogeneo, con forti divari al suo interno, soprattutto tra Stati Membri ed esterno, ma accomunato da una crescita importante”, osserva Bruno. I risultati appaiono ancora più importanti se si considera che Paesi come la Polonia o la Lettonia avevano, all’ingresso nell’Ue, dei Pil pro capite (misurati in percentuale rispetto alla media UE a 28) pari, rispettivamente, al 51,2% e 48,3% (nel 2016 sono arrivati al 71,6% e 65,3%)”. Galateri, analizzando i dati, ha messo in evidenza che “la produzione industriale e il consumo interno sostengono la crescita economica delle regioni dell'Est, che superano significativamente quella dell'Europa occidentale.

Forti differenze interne

Si stima che l'aumento del Pil nei paesi dell'Europa Centro-orientale varierà dal 2,2% in Repubblica Ceca al 4,5% inUngheria quest'anno. In combinazione con stabilità fiscale e bassa inflazione, questo contesto supporta l'occupazione, la crescita dei salari, i risparmi privati, gli investimenti nonché finanze pubbliche in miglioramento. Il momento positivo   è confermato dall'evidenza che dimostra come le imprese trovano sempre più difficile coprire posizioni vacanti”. Bruno ha analizzato cos’ha determinato la crescita del Gruppo Cesee. “Prima del 2000, molti Paesi del Gruppo hanno vissuto lo shock positivo causato dal crollo dell’Unione Sovietica e dalla conseguente apertura al mercato – evidenzia -. In seguito i Paesi che hanno accelerato maggiormente in termini di convergenza si sono caratterizzati per miglioramento della qualità delle istituzioni (con effetti positivi determinati dall’ingresso nell’Ue), riallocazione della forza lavoro dall’agricoltura ad altri settori maggiormente produttivi, maggiore competitività e crescita delle esportazioni, favorevoli condizioni demografiche, crescita del capitale umano e investimenti”. Una dimostrazione che “la riduzione dei divari è possibile, nonostante le condizioni di partenza possano apparire scoraggianti”. Ma passando dalla dimensione nazionale a quella regionale, emerge che, tra il Pil per abitante della più ricca regione polacca e la più povera, vi è una differenza di 18 mila euro. Ciò è ancora più evidente in Ungheria (17.900 euro), Slovacchia (38.800 euro) e Repubblica Ceca (32.600 euro).

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