Medio Oriente. Tensioni Israele-Iran sulla Siria

ULTIMO AGGIORNAMENTO 16:00

L’imminente sconfitta dell’Isis in Siria non sembra mettere d’accordo tutti i protagonisti dello scacchiere mediorientale. In un summit avvenuto ieri tra i presidenti di Russia e Israele, Vladimir Putin e Benjamin Netanyahu, si è discusso della presenza dell’Iran in Siria, che Tel Aviv reputa una minaccia per la propria sicurezza nazionale.

L’incontro tra Putin e Netanyahu

L’incontro, avvenuto nella residenza di Putin a Sochi, è stato per il presidente israeliano l’occasione per esprimere le preoccupazioni del suo Paese alla Russia, divenuta ormai l’attore più influente nelle questioni di quest’area del pianeta.

“Signor Presidente – ha detto Netanyahu rivolgendosi a Putin – stiamo combattendo e sconfiggendo l’Isis attraverso sforzi comuni, e questo è molto importante. Ma ciò che preoccupa è che quando sconfiniamo l’Isis e scompare, l’Iran entra. Non dobbiamo dimenticare per un istante che l’Iran continua a minacciare la distruzione di Israele ogni giorno. Esercita organizzazioni terroristiche e incoraggia e inizia il terrorismo”. Il presidente israeliano ha aggiunto quindi che Teheran ha esteso la sua influenza anche su Iraq e Yemen, e che “esercita oggi un controllo reale in Libano“.

L’influenza dell’Iran nella regione

Secondo il quotidiano israeliano Haaretz, rivela Agenzia Nova, Tel Aviv nei giorni scorsi ha comunicato a Russia e Stati Uniti “che dovrebbero chiedere il ritiro dalla Siria delle truppe iraniane del corpo delle Guardie rivoluzionarie, del movimento libanese Hezbollah e delle milizie sciite. Altrimenti, Israele e Giordania potrebbero esserne minacciati”.

Stato islamico verso la sconfitta in Siria

La minaccia più concreta, per ora, è quella che incombe sullo Stato Islamico. Nella zona del Badiya, vasta area semidesertica nella parte sud-orientale della Siria occupata dal 2014 dai miliziani di Al-Baghdadi, le truppe siriane insieme all’aviazione russa hanno accerchiato i terroristi islamici.

Controllare questa zona consentirebbe a Damasco di sferrare un attacco decisivo a Deir el-Zor, città di oltre 200mila abitanti nella Siria orientale ed una delle roccaforti dell’Isis, senza rischiare che le proprie truppe rimangano scoperte e che i guerriglieri del Califfato possano tagliare le vie di approvvigionamento.

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