La Nuova Caledonia resta francese

ULTIMO AGGIORNAMENTO 14:35

Che sia il 75%, come specificato da Le Figaro, o l'80% delle affluenze dichiarato da Le Monde, di sicuro c'è il comun divisore: il referendum in Nuova Caledonia ha decretato la vittoria del “rester”, per parlare in assonanza ai termini Brexit, con quasi il 57% delle preferenze, confermando le sensazioni della vigilia sulla volontà degli abitanti di restare territorio francese. Vince il “no”, dunque, alla domanda se mai esistesse il desiderio di fare dell'arcipelago oceanico uno Stato completamente indipendente. Chissà come sarebbe andata in caso: a Vanuatu non finì poi così bene, portando l'ex territorio britannico da un territorio tutto sommato tranquillo dal punto di vista socio-economico a un Paese con forti instabilità politiche. Per la Nuova Caledonia la situazione, potenzialmente, sarebbe potuta essere diversa, trattandosi dello Stato più ricco dell'Oceania (Australia esclusa) grazie all'estrazione di un quarto del nichel mondiale. La sensazione diffusa, però, fin dal primo momento parlava di un territorio che avrebbe tutto sommato potuto accontentarsi di una permanenza de facto sotto l'amministrazione di Parigi che, a conti fatti, non precludeva un'autosufficienza comunque acquisita.

La scelta

A confermare la decisione dei caledoni è stato lo stesso presidente francese, Emmanuel Macron, che in un discorso ha rivelato l'esito di un referendum che ha visto un'affluenza record alle urne (quasi tre quarti degli elettori) e una partecipazione sociale piuttosto attiva a una scelta che, sentimenti o meno, si prospettava comunque decisiva per il futuro dell'arcipelago. Non esente dalle conseguenze anche la Francia, che sul nichel estratto in Nuova Caledonia basa una parte tutt'altro che marginale dei suoi introiti dovuti all'export. Da un punto di vista strettamente interno, a pesare sul voto erano più che altro le storiche divisioni fra gli autoctoni kanaki e gli eredi dei colonizzatori, i caldoches, tutt'altro che appianate dall'assistenza fornita dalla Francia al processo di decolonizzazione coinciso con gli Accordi di Matignon del 1988.

Nessuna pressione

Come allora, la Francia non ha esercitato particolari pressioni sul voto caledone. Lo stesso Macron si era detto speranzoso di una permanenza dell'arcipelago oceanico sotto la bandiera francese, affermando al contempo che il governo di Parigi non avrebbe preso posizione rispetto ai nuovi assetti di Numea che il referendum avrebbe potuto decretare. Non indifferente, su un piano sociale, l'oggettiva minoranza dei kanaki indipendentisti, gli autoctoni che attraverso il Fronte di liberazione nazionale kanako e socialista (Flnks) hanno tentato fino all'ultimo di regalare la bandiera a bande orizzontali con l'emblema del territorio all'intero arcipelago. Per il momento (ma forse definitivamente) il tutto resterà su un piano di co-ufficialità.

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