La fabbrica delle Fake News di Stato

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Dici “fake news” e pensi a misteriorose organizzazioni sotteranee dedite al confezionamento di notizie false per creare divisioni, diffondere malcontento, generare paura. E invece no. Secondo l'Ong statunitense “Freedom House“, nell'ultimo anno sarebbero stati anche i governi di 30 Paesi (4 in più del 2016) a usare l'arma delle “bufale online” per fare propaganda sui social media, azzerare il dissenso, orientare l'opinione pubblica e influenzare le scelte elettorali dei cittadini. 

Bufale di Stato

Nell'ultimo rapporto sulla libertà online, che vede la Cina all'ultimo posto, gli esperti analizzano l'arsenale usato per diffondere le “fake news di Stato”: commentatori prezzolati, troll, bot (account automatici che inviano messaggi spacciandosi per utenti in carne e ossa), falsi siti di notizie e vari veicoli di propaganda. “L'uso di commentatori assoldati e bot politici per diffondere la propaganda governativa ha avuto la Cina e la Russia come pionieri, ma ora è diventato globale“, spiega il presidente di Freedom House, Michael J. Abramowitz. Insieme alle due potenze orientali ci sarebbero Paesi come la Turchia, il Venezuela e le Filippine, il Messico e il Sudan.

Paesi coinvolti

La Internet Research Agency di San Pietroburgo è al centro del Russiagate per le interferenze nelle presidenziali americane del 2016; nelle Filippine “l'esercito della tastiera” avrebbe assoldato persone a 10 dollari al giorno per sostenere il presidente Duerte; in Turchia 6 mila troll avrebbero lavorato per consolidare il consenso attorno a Recep Tayipp Erdogan; in Sudan, infine, la fabbrica di bufale sarebbe direttamente all'interno dell'intelligence.

Elezioni inquinate

I governi stanno “aumentando marcatamente gli sforzi per manipolare l'informazione sui social, minando la democrazia”, si legge nel report, secondo cui la disinformazione di massa avrebbe giocato un ruolo fondamentale nelle elezioni in almeno 18 Paesi nell'ultimo anno, tra cui gli Usa, “danneggiando la capacità dei cittadini di scegliere i propri leader sulla base di notizie vere”.

Russiagate

Lo scorso settembre Twitter ha comunicato al Congresso Usa di aver chiuso più di 200 account collegati agli stessi gruppi russi che avevano acquistato su Facebook spot politici a favore di Donald Trump nel tentativo di interferire sulle ultime Us election. I rappresentanti del social network, durante un incontro a porte chiuse con i rappresentanti del Senate Intelligence Committee e dell'House Intelligence Committee, hanno anche raccontato di aver individuato tre profili sulla sua piattaforma legati al sito di news governativo russo Rt, i quali avrebbero speso complessivamente 274.100 dollari in Twitter ads nel settembre del 2016, a ridosso delle presidenziali. Qualche giorno prima la stessa Facebook aveva annunciato di voler consegnare al governo Usa le copie di 3.000 ads politiche acquistate attraverso account russi in piena campagna elettorale.

Web in pericolo

Nel periodo considerato dal rapporto, tra giugno 2016 e il maggio scorso, la proliferazione delle fake news avrebbe interessato anche diverse nazioni nelle quali non erano in programma appuntamenti elettorali. In Europa occidentale il rapporto segnala la presenza di fake news elettorali in tutti e 4 i Paesi esaminati: Italia, Francia, Germania e Regno Unito. La contraffazione dei contenuti ha contribuito al settimo anno consecutivo di declino della libertà su internet, campo in cui la Cina è ultima in classifica preceduta da Siria ed Etiopia. Le nazioni più virtuose sono Estonia, Islanda e Canada.

La donna col velo

Per comprendere l'entità del pericolo rappresentato dalle fake news bisogna tornare indietro di qualche mese. Subito dopo l'attacco terroristico sul ponte di Westminster a Londra del 22 marzo scorso, su Twitter viene diffusa la foto di una donna islamica, con tanto di hijab sul capo, che passa indifferente vicino a un cadavere. Il tweet, accompagnato dall'hashtag #banIslam (“bandiamo l'Islam”), scatena subito lo sdegno della rete. Negli ultimi giorni il quotidiano britannico The Indepentent ha bollato quello scatto come “fake”. L'account autore del post, @Southlonestar, sarebbe infatti uno dei 2.700 profili social russi attenzionati dalla commissione per l'Intelligence della Congresso Usa nella sua inchiesta sulle presunte interferenze russe sul voto Usa. L'immagine era stata poi usata dai profili social anti-islamici per sostenere teorie xenofobe. In realtà non veniva spiegato il contesto: la giovane donna velata era visibilmente sconvolta e lei stessa ha condannato l'utilizzo che era stato fatto della fotografia.

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