La Corte suprema dà torto al governo May: “Sulla Brexit voti il Parlamento”

ULTIMO AGGIORNAMENTO 10:45

La Corte Suprema britannica ha dato torto al governo guidato da Theresa May ed ha affermato che il governo non potrà appellarsi all’articolo 50 del Trattato di Lisbona per uscire dall’Unione europea senza prima passare per un voto del Parlamento che confermi o meno il voto espresso dai cittadini britannici lo scorso 23 giugno, che tecnicamente aveva solo valore consultivo. La Corte Suprema, composta da undici giudici e presieduta da Lord Neuberger, ha letto una sintesi della sentenza: 8 giudici hanno votato a favore di un intervento del Parlamento, 3 si sono dichiarati contrari.

Niente veto per Scozia, Ulster e Galles

Oltre ad aver rigettato il ricorso del governo di Theresa May, i giudici della Corte Suprema hanno stabilito che per l’uscita dall’Unione europea non servirà l’approvazione dei cosiddetti “devolved parliaments“, ossia i deputati di Scozia, Galles e Irlanda del Nord. Lord Neuberger ha infatti spiegato che il loro coinvolgimento nelle consultazioni del governo centrale viene fatto per convenzione e non per legge e, per questo, non è giuridicamente vincolante.

Il primo verdetto

I giudici supremi hanno quindi confermato la sentenza dello scorso 3 novembre dell’Alta Corte di giustizia secondo cui il governo britannico non poteva decidere di avviare le procedure per uscire dall’Unione europea senza prima avere l’approvazione del Parlamento.

I fatti

A inizio ottobre il primo ministro britannico, Theresa May, aveva annunciato di voler invocare l’articolo 50 del Trattato di Lisbona entro marzo 2017 e aveva affermato di poterlo fare autonomamente per via della cosiddetta Royal prerogative, ossia l’insieme di poteri un tempo esercitati dal monarca del Regno Unito e che ora competono all’esecutivo.

Il ricorso di Gina Miller

A mettere i “bastoni tra le ruote” dell’amministrazione May, è stato un gruppo di persone guidato dall’imprenditrice britannica Gina Miller che ha presentato un ricorso sostenendo che il governo non fosse in possesso dell’autorità per avviare il negoziato per il divorzio dall’Ue.

 

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