Il viceministro degli Esteri Sereni: “Stop armi alla Turchia? La priorità è fermare le operazioni militari”

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Per circa tre settimane la Turchia ha portato avanti l'azione “Fonte di pace” nel nord est della Siria, con l'obiettivo creare una safe zone dall'altro lato del confine profonda 32 chilometri e lunga 444. Un'azione che dovrebbe consentire il rimpatrio di almeno un milione di profughi siriani dei 3,6 che attualmente sono riparati in Turchia. L'intervento turco ha significato il ritiro dei curdi che abitavano nell'area, ma anche scontri a fuoco e bombardamenti. In Europa, l'Italia ha deciso di interrompere la vendita di armi alla Turchia. Di quanto è successo al confine turco-siriano dal 9 ottobre e sui possibili effetti, In Terris ne ha parlato in esclusiva con il viceministro degli Affari esteri e della cooperazione internazionale Marina Sereni.

La Turchia è giunta in tre anni alla terza operazione militare in Siria, dopo le precedenti “Scudo dell'Eufrate” e “Ramoscello d'ulivo”. Quali sono gli obiettivi di Erdogan? Il presidente turco ha affermato che garantirà l’integrità del territorio siriano e continuerà la lotta al terrorismo. È un’affermazione credibile?
“Quali siano gli obiettivi del Presidente turco è al momento difficile da stabilire. È possibile invece considerare le finalità che sono state dichiarate da Erdogan per giustificare l’intervento in Siria. Il governo di Ankara ha parlato di ragioni di sicurezza, una spiegazione che però non trova riscontro, considerando che le milizie curde presenti nella zona attaccata hanno pienamente contribuito alla lotta al terrorismo. Poche ore dopo l’inizio delle ostilità, su indicazione del ministro degli Affari esteri Luigi Di Maio, ho ricevuto l’ambasciatore turco in Italia (Murat Salim Esenli, ndr) e gli ho espresso la condanna del nostro Paese per questa iniziativa unilaterale, nell’idea che non esiste una soluzione militare alla crisi siriana e che l’unica strada percorribile è quella diplomatica e del dialogo politico. Ricordiamo che l’attacco dell’esercito turco ha colpito una popolazione civile già fortemente provata dalla guerra in corso da otto anni nel Paese. Tutto ciò costituisce una ferita aperta per la Comunità internazionale, con gravi ripercussioni sulla regione mediorientale nel suo complesso, si pensi solo al problema dei profughi e dei rifugiati. Quanto alla lotta al terrorismo, l’azione di Ankara rischia di minare i risultati positivi che la coalizione internazionale, di cui la Turchia fa parte, ha ottenuto contro Daesh, lo Stato islamico, anche se la recente eliminazione da parte delle forze statunitensi del leader terrorista Abu Bakr al-Baghdadi ha inferto un colpo alle milizie fondamentaliste”.

Come giudica la reazione dell’Unione europea di fronte all’offensiva turca?
“Sull’attacco turco l’Unione europea ha preso nel complesso una posizione forte, tutt’altro che flebile, come qualcuno ha ingiustamente scritto. E ritengo che la posizione italiana, molto netta, abbia contribuito in modo determinante a spingere quasi tutti gli Stati membri a una decisa condanna, all’inizio tutt’altro che scontata. Ora dobbiamo continuare a esercitare una forte pressione affinché si torni sui binari del negoziato, anche alla luce dei recenti Accordi tra Erdogan e il presidente russo Vladimir Putin a Sochi, che, al di là di ogni considerazione geopolitica, riporta in primo piano l’azione della diplomazia. Dopo anni di guerra, si era finalmente dato avvio a un processo politico tra il governo di Damasco e le forze d’opposizione con l’istituzione del Comitato costituzionale siriano, che ha da poco iniziato i suoi lavori a Ginevra. Per rafforzare questo processo in Siria è al lavoro un inviato delle Nazioni Unite, Geird Petersen. Italia e Unione europea sostengono pienamente i suoi sforzi”.

A proposito degli Accordi di Sochi, quali effetti hanno sulla popolazione curda?
“Le milizie curde hanno accettato un compromesso, liberando la cosiddetta safe zone per evitare alle popolazioni civili enormi sofferenze. Ora è importante che le Nazioni Unite garantiscano l’attuazione degli Accordi e che i Curdi possano pienamente partecipare al processo politico che si è aperto con il Comitato Costituzionale”.

Cosa significa per i curdi e per l’intera Siria l’assassinio di Hevrin Khalaf, paladina dei diritti e della convivenza pacifica tra etnie e religioni diverse?
“Nel nordest della Siria, con l’esperienza del Rojava (Amministrazione autonoma della Siria del Nord Est), il popolo curdo ha mostrato la capacità di portare avanti, insieme alla battaglia politica, un originale progetto sociale, nell’idea che non si possa parlare di riconoscimento politico senza dare attenzione anche alla società, ai diritti, all’istruzione e ai bisogni delle persone. In questo senso, da donna prima ancora che da esponente del Governo, provo orrore per quanto accaduto a Hevrin Khalaf, una combattente armata solo di parole (e segretaria del Partito Futuro siriano, ndr) che tanto ha fatto per il suo amato popolo. Spero che il suo brutale assassinio, che non deve restare impunito, possa un domani essere celebrato come il sacrificio per una Siria finalmente pacificata. Ricordo ancora che i curdi hanno dato un contributo importante alla lotta allo Stato islamico e la loro lealtà alla coalizione non può e non deve essere dimenticata”.

Nel 2018, secondo Il Sole 24 Ore, l’Italia ha esportato in Turchia oltre 360 milioni di materiali d’armamento, con un +36% sul 2018. Di quanto potrebbe essere il contraccolpo economico del blocco della vendita di armi?
“Il contraccolpo economico non è oggi misurabile, ma soprattutto va eventualmente esaminato solo dopo altre più importanti considerazioni. La priorità è fermare le azioni militari e ristabilire la pace in Siria. Sulla base di ciò, l'Italia ha preso una decisione fattiva, con il ministro Di Maio che ha dato disposizione di interrompere la vendita di armi alla Turchia per i progetti futuri e di fare un’istruttoria puntuale dei contratti in essere, ancora in corso”.

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