Guaidò denuncia: “Arrestato il mio vice, Zambrano”

ULTIMO AGGIORNAMENTO 1:53

Continua a mantenersi tesa la situazione in Venezuela. Dopo il tentativo di mobilitazione dei militari non andato a buon fine di dieci giorni fa, l'autoproclamato presidente e leader dell'Assemblea nazionale, Juan Guaidò, è tornato ad accusare il presidente Nicolas Maduro di atti dittatoriali, pubblicando su Twitter un post in cui avvisa “il popolo del Venezuela e la comunità internazionale che il regime ha sequestrato il primo vicepresidente dell'Assemblea nazionale, Edgar Zambrano”. In realtà, sembra che “l'avvertimento” di Guaidò sia più che fondato e che il vicepresidente sia stato tratto in arresto con una modalità quasi da film: Zambrano si era infatti barricato nella sua auto davanti alla sede di Azione democratica, rifiutandosi più volte di scendere nonostaten gli agenti dei servizi segreti lo avessero già circondato. A quel punto, avrebbero utilizzato un'autogru per caricare l'auto e portarla all'interno della cosiddetta “Spirale”, ovvero il luogo dove il Sebin ha la sua sede operativa.

La denuncia

Nicolas Maduro, ha commentato Guaidò, “tenta di disintegrare il potere che rappresenta tutti i venezuelani, ma non ci riuscirà”. Al momento non è chiaro dove sia stato realmente portato Zambrano, in quanto alcune fonti sostengono si trovi già nel carcere di El Helicoide: a denunciare l'operazione che ha portato al suo arresto è stato il deputato Oscar Rondero, dirigente di Azione democratica, il quale avrebbe poi riferito i dettagli del prelevamento compiuto dagli agenti.

Il provvedimento

Zambrano, uno dei deputati dell'Assemblea nazionale costituente (Anc), aveva ricevuto solo pochi giorni fa la revoca dell'immunità parlamentare, proprio perché accusato di essere stato fra i partecipanti di quello che Maduro aveva identificato come un tentato golpe, il 30 aprile scorso. Assieme a lui, nel mirino del governo erano finite altre sei persone (Henry Ramos Allup, Luis Germán Florido, Marianela Magallanes López, José Simón Calzadilla Peraza, Amerigo De Grazia e Richard José Blanco Delgado). La decisione era stata presa dal Tribunale supremo di giustizia che, ai sette, aveva contestato i reati di tradimento della Patria, cospirazione, istigazione alla insurrezione, ribellione civile, associazione per delinquere, usurpazione di funzioni e istigazione pubblica alla disobbedienza alle leggi e all'odio.

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