E' una lingua l'ultima vittima dell'Isis

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Oltre 9mile vittime. Tanto è costata la guerra di liberazione di Mosul, città simbolo della lotta all'Isis, in Iraq e non solo. Era il 29 giugno 2014, quando l'autoproclamato Califfo Abu Bakr Al Bagdhadi, dal pulpito della grande moschea di  Al Nuri aveva lanciato il suo grido di guerra all'occidente “crociato“. 

Città simbolo

Normale, dunque, che la riconquista di Mosul – città millenaria le cui origini, secondo alcuni storici, affondano nell'antica Mesopotamia – sia diventata il passaggio decisivo per l'abbattimento dell'impero del terrore jihadista, ancora vivo ma territorialmente indebolito, in Iraq come in Siria. Altissimo, dunque, il tributo di sangue innocente versato per la liberazione. Cui si associa quello sociale e culturale. Mosul, oggi, è una città che cerca faticosamente di ripartire sapendo di doversi, inevitabilmente, lasciare qualcosa indietro. Così è stato per la moschea di Al Nuri (850 anni), distrutta dall'Isis durante l'assedio. E così sarà, con ogni probabilità, per il dialetto maslawi, una delle derivazioni linguistiche più particolari – e musicali – dell'arabo. 

Lingua morente

Parlato per secoli come unico idioma autoctono della metropoli, sembra destinato a scomparire. Ultimo, drammatico, lascito di una guerra spietata. “Il 90% delle persone scappate parlava il maslawi – spiega amara al libanese Daily Star, la 26enne Shahd Walid, tra i pochi giovani rimasti in città a conoscere il dialetto – le generazioni future non lo conosceranno, useranno altre inflessioni per comunicare”. Shahd ricorda di quando lo usava per parlare con il nonno ed alcuni amici, che vivevano nella Città Vecchia. Lei, invece, risiede nella parte orientale della metropoli, meno coinvolta nei combattimenti. Questo le ha consentito di restare, per partecipare alla difficile opera di ricostruzione: materiale, morale, civile e sociale. 

La lunga crisi

La crisi della lingua, però, era iniziata già diversi anni prima dell'avvento del Daesh, come ha spiegato Abdulkareem Yaseen Ahmed, uno ricercatore iracheno dell'Università di Newcastle specializzato in dialetti. Secondo Saad Mohammed Jarjis “il problema è che ci siamo mescolati troppo negli anni – dice – Ai tempi di Saddam Hussein molte persone delle campagne e dei villaggi furono reclutate nell'esercito e arrivarono in città, influenzando il nostro dialetto”. A partire dagli anni '60, i diversi governi iracheni hanno promosso l'arabizzazione del nord del Paese, favorendo un cambiamento degli equilibri demografici, anche per indebolire la minoranza curda, da cui – fra l'altro – provengono alcune parole del maslawi. I nuovi arrivati portarono in dote le loro inflessioni, in particolare quelle rurali e beduine, assestando un primo colpo al dialetto locale. Più recentemente, una grave siccità ha portato un grande numero di persone a spostarsi dalle campagne alla città. 

“Effemminato”

Di questo mutamento è buon testimone il 25enne Mahmoud Yasin – nato nella Città Vecchia ma con antenati provenienti dalle zone rurali limitrofe- che non conosce una parola di maslawi. “Se un mio amico lo parla frettolosamente non capisco nulla – spiega – sembra di sentire il canto di un uccello. Molti dicono che somigli al delicato modo di parlare di una donna”. In effetti il “maslawi” veniva considerato dagli iracheni delle altre città come un idioma “effeminato“, per il quale poteva capitare di venir presi in giro. Questo ha scoraggiato un crescente numero di giovani a parlarlo pubblicamente. 

Patrimonio linguistico

Mentre l'arabo scritto è identico dal Marocco al Golfo, i dialetti variano da Paese a Paese, talvolta da città a città. Le differenze non riguardano solo la pronuncia, ma possono coinvolgere anche il vocabolario di base e le forme verbali. Alcune di queste inclinazioni sono così marcate da costringere appartenenti a comunità diverse a utilizzare l'inglese o il francese per comunicare fra loro. Nel maslawi, in particolare, sono contenute parole curde, tuche e persiane, riflettendo la tumultuosa storia di Mosul e della regione di Ninive. Il “q“, ad esempio, è pronunciato come l'inglese “k” ma con un tono più gutturale. La “r” è “moscia” come quella francese o ebraica. A Mosul, sino a qualche anno fa, una porta ad arco veniva chiamata “qantagha“, un minareto “mnagha“, un alleato “awji“. Parole che potrebbero suonare strane a un cittadino di Baghdad. 

Speranza

Un patrimonio culturale che rischia di scomparire. Anche se non manca chi nutre ancora qualche speranza. Ahmed (il ricercatore) parla di giovani che si riuniscono nei caffè universitari, a discutere fra le rovine della città, indossando maglie con scritte in maslawi. “Sentono il bisogno di costruire un'identità che allontani l'incubo dell'Isis – dice – e la lingua fa parte di questa identià”. 

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