A Palazzo Barberini le “pitture ridicole” di Arcimboldo

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Frutta e verdura, ma anche fiori e ortaggi. Sono le famosissime “teste composte” di Giuseppe Arcimboldi, meglio conosciuto come “l’Arcimboldo”, che arrivano a Roma per la prima volte. Le opere dell’artista milanese, seguace di Leonardo da Vinci, ma anche poeta e filosofo, sono le protagoniste di una grande mostra allestita dal 20 ottobre 2017 all’11 febbraio 2018 presso gli spazi delle Gallerie Nazionali di Arte Antica di Palazzo Barberini.

Le opere

Come riporta l’Ansa, le tele cinquecentesche esposte nella Capitale sono prestiti eccezionali delle maggiori collezioni internazionali, che raramente li concedono a mostre temporanee per la loro rarità e delicatezza. L’estemporanea, intitolata “Arcimboldo“, è stata organizzata dalle Gallerie Nazionali di Arte Antica di Roma e da MondoMostre Skira, con la curatela di Sylvia Ferino Pagden, tra le maggiori esperte dell’artista lombardo, che ha messo a punto, per ricostruirne il percorso creativo e il successo, una straordinaria selezione dei capolavori. Tra i quadri presenti non mancano i più noti e importanti, dalle “Stagioni” agli “Elementi“, dal “Bibliotecario” al “Giurista“, da “Priapo (Ortolano)” al “Cuoco“. E poi i ritratti e i preziosissimi disegni acquerellati di giostre e fontane. Non solo. A Palazzo Barberini saranno anche allestiti bizzarri oggetti delle famosissime “wunderkammer imperiali” (termine tedesco che significa “stanza delle meraviglie”), delle botteghe numismatiche, fino ai disegni di erbari, frutta, animali.

Un omaggio al ‘500

La mostra di Palazzo Barberini è un grande evento espositivo in quanto, pur essendo stato grazie alle sue “pitture ridicole” uno dei protagonisti della cultura manierista internazionale, al tempo stesso l’Arcimboldo ha ricoperto un ruolo primario in una corrente artistica, scientifica, filosofica e umanistica lontana da quella classicheggiante della Roma dell’epoca. Apprezzato dalle corti asburgiche di Vienna e Praga, al servizio di Ferdinando I, Massimiliano II e Rodolfo II, Arcimboldo guadagnò persino il titolo nobiliare, rarissimo per gli artisti, di Conte Palatino.

La fortuna di Arcimboldo

Dopo la sua morte, anche la fama di Arcimboldo iniziò a declinare. La riscoperta della sua produzione artistica da parte della critica dovette attendere il XX secolo, quando l’impulso della pittura surrealista con la inquietudine esistenziale che essa seppe mettere in scena. Arcimboldo fu interprete della cultura magico-cabalistica del XVI secolo e fu, per molti versi, esponente di quel manierismo nel quale andò progressivamente ad infiacchirsi la pittura rinascimentale. Piuttosto evidente è il suo debito verso le deformazioni fisionomiche di Leonardo, ma ancor più palese è il suo debito verso la straordinaria diffusione di enigmatiche decorazioni a grottesche e verso altre e più esplicite elucubrazioni alchemico-pittoriche dell’epoca. L’arte di Arcimboldo è dunque figlia del suo tempo, soprattutto quando essa muove giocosamente verso la ricerca del significato nascosto delle cose, sia essa rivolta alla omogenia della parte e del tutto, alle corrispondenze tra macrocosmo e microcosmo, oppure al senso enigmatico e nascosto delle cose (come nelle sue celebri Nature morte reversibili). Ma il senso ludico della sua ricerca, quasi per effetto di quel sortilegio alchemico che troviamo spesso nella pittura surrealista, si trasforma in profonda inquietudine. In fin dei conti, il senso più vero della pittura di Arcimboldo è quella inquietudine trasmessa dal gusto del “mostruoso” che ritroviamo nelle wunderkammer o nei disegni di esseri in cui le forme animali si confondono, segno della misteriosa inclinazione teratologica che talvolta la natura manifesta.

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