Chiesti 15 anni per il gen. Mori e 12 per Dell'Utri

ULTIMO AGGIORNAMENTO 14:59

Nuovo tassello del processo sulla presunta trattativa tra Stato e mafia. Quest'oggi la Procura di Palermo ha chiesto 15 anni per il generale Mario Mori e 12 anni per gli altri due ex ufficiali del Ros, il generale Antonio Subranni e Giuseppe De Donno. Chiesta una condanna a 12 anni anche per l'ex senatore Marcello Dell'Utri, accusato di minaccia a corpo politico dello Stato. Per l'ex ministro dell'Interno Nicola Mancino i pm hanno invece chiesto 6 anni contestandogli concorso esterno in associazione mafiosa.

Sono poi accusati di violenza e minaccia a corpo politico dello Stato il boss mafioso Leoluca Bagarella, per il quale i pm hanno chiesto la condanna a 16 anni, e il boss Antonino Cinà, che rischia 12 anni. Per il collaboratore di giustizia Giovanni Brusca, la Procura ha chiesto il non doversi procedere per estinzione del reato per intervenuta prescrizione. Dichiarazione del non doversi procedere “per la morte del reo” è stata chiesta alla fine della requisitoria per il capomafia Totò Riina, morto lo scorso 17 novembre.

“Un puzzle sporco di sangue”

“Come in puzzle abbiamo messo le tessere e le abbiamo messe assieme”, ha detto il pm Vittorio Teresi rivolgendosi al presidente della Corte di assise, Alfredo Montalto. “Come in puzzle la singola tessera diventa importante e fondamentale solo se si incastra perfettamente nel quadro generale. Siamo convinti che le singole tessere, a partire dagli anni Settanta e fino a metà anni Novanta, siano tutte tessere che designano un unico, univoco, quadro d’insieme che ha a che fare con l’atto di accusa che vi abbiamo proposto. Un quadro di insieme a tinte fosche, con qualche tessera sporca di sangue, il sangue di quelle vittime delle stragi“. Poi Teresi ha proseguito ricordando la strage di Capaci: “Consumata per vendetta e per fermare la grande evoluzione normativa impressa da Giovanni Falcone. Quella fu l’ultima strage della prima Repubblica. I fatti poi si sono evoluti ma Paolo Borsellino era visto come un ostacolo al cambiamento che si voleva e si pensava nel momento in cui si avvia la trattativa. Via D’Amelio è la prima strage della seconda Repubblica”.

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