Caso Cerciello. Audio shock, malore in aula del suocero della vittima

Elder, uno degli imputati, dichiarato capace di intendere di volere. Udienza rinviata a domani.

ULTIMO AGGIORNAMENTO 18:40

È in corso il processo contro i due studenti americani, Finnegan Lee Elder e Cristian Natale Hjorth, accusati dell’omicidio del vicebrigadiere dei carabinieri, Mario Cerciello Rega, avvenuto il 26 luglio dello scorso anno a Roma in zona Prati. L’udienza di oggi  è stata sospesa e rinviata a domani dopo lo svenimento del suocero della vittima proprio per facilitare l’intervento del medico interno al tribunale.

L’uomo ha avuto un malore mentre in aula veniva fatto ascoltare l’audio della telefonata ai soccorsi fatta la notte del 26 luglio del 2019 da Andrea Varriale, che era di pattuglia in borghese con Cerciello. Ed è stato poi trasferito in ospedale.

La testimonianza di Varriale

Stamane, in aula si era dato inizio alla ricostruzione dei fatti dinanzi ai giudici della prima Corte d’Assise. “Dopo esserci qualificati ho riposto in tasca il tesserino. Mario ha fatto la stessa cosa. Abbiamo fatto quello che facciamo sempre. Loro non avevano nulla in mano. Noi andavamo ad identificare due persone. I due ci hanno immediatamente aggrediti. Io fui preso al petto da Natale e rotolammo in terra. Allo stesso tempo sentivo Cerciello che urlava ‘fermati, carabinieri’, aveva un tono di voce provato”.

Questo è un passo del suo racconto di quella terribile notte. L’aggressione sembra sia durata pochi secondi. Ad un certo punto, Varriale ha  preferito lasciare andare il suo aggressore: “Ero preoccupato per le urla di Mario. Alzo la testa e vedo lui in piedi che mi dice “mi hanno accoltellato” e poi crolla a terra. Mi sono tolto la maglietta e ho provato a tamponare la ferita, ma il sangue usciva a fiotti. Ho chiamato subito la centrale per chiedere una ambulanza”.

La perizia psichiatrica

Nelle conclusioni della perizia psichiatrica si legge: “Si ritiene che Finnegan Lee Elder fosse capace di intendere o di volere al momento del fatto” ed è per questo “imputabile”.

I professori Stefano Ferracuti e Vittorio Fineschi, che hanno svolto l’attività peritale, affermano che Elder “è persona che presenta un disturbo di personalità borderline-antisociale di gravità medio elevata, una storia di abuso di sostanze (in particolare Thc) e un possibile disturbo post-traumatico da stress”.

Per i periti “tuttavia non è possibile dimostrare che la condizione mentale accertata nell’Elder abbia compromesso la libera capacità decisionale del soggetto al momento del compimento dell’azione delittuosa: riteniamo perciò che il signore sia da valutarsi come imputabile all’epoca dei fatti”.

La difesa di Elder ha chiesto al tribunale della Capitale di acquisire una documentazione di circa 1600 pagine riguardante i ricoveri, le cartelle cliniche e l’assistenza psichiatrica che il giovane ha avuto in passato negli Stati Uniti.

Il disagio di Elder

Edler racconta di aver iniziato a fumare cannabis già all’età di 12 anni perché si sentiva “diverso” dagli altri coetanei, che lo deridevano. Aveva tentato iniziare a praticare in attività sportive come ad esempio il baseball, ma ha precisato “non entravo da nessuna parte”. Si sentiva fortemente depresso e spesso aveva pensato al suicidio.

La marijuana rappresentava il suo “rifugio”. Le droghe erano la sola cosa che lo faceva sentire “felice”. A 15-16 anni. era arrivato ad assumerne 3-9 gr/die di THC, assieme a alprazolam (Xanax) e cocaina a dosaggi anch’essi crescenti, fino a 2-3 gr die. Sempre durante l’adolescenza ha iniziato ad assumere anche MDA, psicocibina e oppiacei. Ha anche riferito che il compagno della sorella è un pusher.A 17 anni ha perso un dito e, così, a causa di questo sinistro ha interrotto gli studi . Sembra che la menomazione fisica abbia contribuito a peggiorare il suo già compromesso quadro esistenziale e relazionale, incrementando il suo senso di insufficienza e frustrazione.

Con una calibro 32 ha giocato più volte alla Roulette Russa, senza uno specifico motivo Convinto che l’erba fosse sufficiente ad aiutarlo, ha sempre rifiutato l’aiuto psichiatrico. In diverse occasioni ha sviluppato una sindrome da cannabinoidi con iperemesi (la condizione è descritta nei grandi fumatori di marijuana) che lo avrebbe condotto ad oltre 50 ospedalizzazioni. Ha affermato che tutte le volte che cessava l’assunzione di cannabinoidi le idee suicidarie diventavano estremamente intense e pervasive.

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