Accadde oggi: nel 1953 fu raggiunta per la prima volta la vetta dell’Everest (VIDEO)

Tanti ci provarono prima, ma nessuno era mai riuscito nell'impresa. Edmund Hillary e lo sherpa Tenzing Norgay furono i primi a raggiungere la vetta dell’Everest

ULTIMO AGGIORNAMENTO 9:39

Video preso dalla videoteca Rai – editato da Istituto Luce Cinecittà

Era il 29 maggio del 1953, quando 67 anni fa, il neozelandese Edmund Hillary e lo sherpa Tenzing Norgay raggiunsero la vetta dell’Everest. Per la prima volta il punto più alto del mondo veniva calpestato dall’uomo. La notizia della conquista della vetta fu diffusa in tutto il mondo il 2 giugno 1953, contemporaneamente alla cerimonia di incoronazione ufficiale della regina Elisabetta II. “What a glorious day” per la Gran Bretagna! Il successo della spedizione contribuì senz’altro a dare lustro alla Corona inglese, ma rappresenta anche una bella storia di lealtà, amicizia e rispetto per la montagna.

Come raggiunsero la vetta

Un’impresa rimasta nella storia, non solo alpinistica, perché in molti avevano guardato quell’immensa montagna con desiderio, ma anche timore. Al tempo era alta 8.840 m, oggi sappiamo essere di 8.848 m grazie alle ultime misurazioni del 2004 a cura dell’organizzazione italiana EvK2Cnr. Il più noto, e discusso, tentativo precedente è di certo quello di George Mallory ed Andrew Irvine, che arrivarono vicini alla vetta nel 1924, ma non tornarono vivi da lassù. Edmund Hillary e Tenzing Norgay Sherpa raggiunsero la cima, utilizzando ossigeno supplementare, dal versante nepalese essendo quello tibetano chiuso per ragioni politiche da anni. Salirono dalla cresta sud-est, passarono Colle Sud e prima della cima superarono l’ultimo grande ostacolo, quello che divenne uno dei “gradini” più famosi al mondo.

 

Cosa fecero al loro arrivo

Una volta giunti in vetta, i due vi restarono circa 15 minuti, scattando varie fotografie. Tra le cose che vi lasciarono, prima di iniziare la discesa, c’erano le bandiere delle Nazioni Unite, della Gran Bretagna, del Nepal e dell’India, cioccolata e biscotti. Questi ultimi, fonte di energia preziosissima per ogni esploratore ‘estremo’, furono lasciati da Tenzing come offerta alla divinità della terra Miyu Langsangma, venerata dai buddisti. Per ringraziarla della riuscita dell’impresa? Per propiziare la discesa? Forse, per cercare di evitare – con i soli mezzi a propria disposizione – che si arrabbiasse troppo. Perché lei, la terra, l’uomo può percorrerla in lungo e in largo, e oggi più che mai ha la possibilità di raggiungere i luoghi più impervi e inaccessibili. Ma è un vero sacrilegio pensare di poter ‘conquistare’ e possedere qualcosa che, da un momento all’altro, può risvegliarsi, e sprigionare una forza devastante per ogni sprovveduto ‘conquistatore’. Forse il buon Tenzing, che non sapeva scrivere ma parlava tante lingue, questo l’aveva capito. Anche senza bisogno che arrivasse un terremoto  a ricordarlo.

Le onoreficenze ricevute

Per l’impresa entrambi sono stati sommersi dalle onorificenze. Hillary ha sempre detto però di considerare la sua conquista più grande i successi ottenuti in campo umanitario: finita la stagione delle esplorazioni, l’eroe neozelandese, mancato nel 2008, fondò un’associazione per aiutare proprio il popolo nepalese degli sherpa, da sempre fondamentale nel successo delle spedizioni himalayane ma che, anche prima di essere colpito dal terribile terremoto di queste settimane,  non versava certo in condizioni idilliache. Anche Tenzing, per parte sua, si dedicò a varie attività a favore della comunità sherpa, soprattutto per la formazione e tutela dei portatori, dirigendo l’Istituto Himalayano di Alpinismo di Darijeeling.

 

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