GIOVEDÌ 14 NOVEMBRE 2019, 05:00, IN TERRIS

La ricreazione deve finire

RAFFAELE BONANNI
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Imprese
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a rivoluzione digitale sta cambiando rapidamente le comunità in cui viviamo in ogni parte del mondo: cambiano le professioni, cambiano strumenti e modalità di lavoro in ogni settore, cambiano i servizi pubblici e privati, cambiano gli strumenti di sostegno della cultura, cambia la scuola, l’educational: insomma la vita delle persone è investita fortemente dalle nuove tecnologie in modo irreversibile. Dalla capacità di sintonizzarsi con la velocità di questo cambiamento, si ricostruiranno nuove graduatorie tra nazioni, dalla rapidità ed efficacia di apprendimento e di capacità di dominio di queste tecnologie, si metteranno in moto nuovi ‘ascensori sociali’. Ma c’è da chiedersi se gli italiani stanno programmando qualcosa per riuscire ad avvantaggiarci del digitale in ogni ambito, utile per preparare i giovani, per plasmare il sistema paese con questa logica di innovazione, per sostenere le nostre produzioni di merci e di servizi in un mercato ad intensa e tumultuosa competizione? Non mi pare che in questi anni si sia notato un pensiero, una programmazione, una preoccupazione per i gravi e penalizzanti ritardi che pagheremo gravemente, già nel prossimo futuro. Nelle stesse proposte governative riguardanti il documento economico finanziario, non ci sono neanche lontanamente idee, programmi, investimenti. Dunque un clima che spinge verso tutt’altro; e lo abbiamo già visto. A dimostrazione di tutto questo, basti vedere il risultato negativo sulla diffusione della banda larga del progetto Bul, che dovrebbe portare la rete pubblica di tlc oltre 30 Megabit al secondo in download. In grandissimo ritardo, è riuscito a fornire queste condizioni base per avvantaggiarci delle tecnologie digitali, solo 5 Comuni su 7450. Insomma, con le nostre sciatterie ed incompletezze, stiamo programmando il nostro disastro occupazionale ed economico. Stiamo pesando come piombi sulle imprese italiane, tuttavia ancora in grado di competere nei mercati. A qualcuno viene in mente che la politica buona è quella che sa indicare le soluzioni di prospettiva economica, e che i governi non si fanno per elargire denari ai ‘clientes’ ma per programmare e gestire i fattori dello sviluppo? Qualcuno suoni la campanella, la ricreazione dovrà pur finire.

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