La modernità antica

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Non c’è giorno del calendario che non porti una polemica su un fatto vero, inventato, o gonfiato ed esasperato. La classe dirigente politica, da l’impressione che non può fare a meno di svolgere le sue funzioni senza immergersi nell’inferno delle contrapposizioni, fatte di accuse, di ironie, di distinguo. Un tempo i politici erano discreti, mettevano in circolo loro scritti che sembravano saggi, vestivano con accuratezza e sobrietà, passavano la maggior parte del loro tempo nella sede dove si esercitava il proprio incarico, il loro modo di comunicare con l’elettorato era quello di esibire quello che avevano realizzato; se dovevano recarsi fuori dai propri uffici, lo facevano per le inaugurazioni di strade, ferrovie, aeroporti, porti, scuole, ospedali. Si esprimeva così una modernità che selezionava la classe dirigente, e che educava le persone alla sostanza e alla forma. Ai tempi d’oggi invece gli annunci sono cento volte più numerosi delle realizzazioni, ci si veste come si crede al momento, il modo di comunicare non si discosta da quello della strada. Ogni volta che qualcuno sottolinea questi cambiamenti, sovente, per giustificare questa che io interpreto come decadenza, si risponde che quello che capita da noi capita in ogni parte del mondo. In effetti, ogni tanto, qualche atteggiamento analogo lo vediamo qui e lì nel mondo, ma le forme che assumono in Italia, sono convinto, non ha pari. Ora, siccome bisogna essere sempre positivi rispetto a cose nuove, che magari non ci piacciono, dobbiamo cercare di trarci il meglio possibile: o annunciano grandi cambiamenti e noi non riusciamo a coglierne la portata, o provocheranno un rigetto che ci riporterà alle forme ed alla sostanza delle cose antiche. 

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