La missione di giustizia di Amnesty International. La prima vittima in un conflitto è la verità

"Segnali chiari su quanto le autorità libanesi intendano ostacolare il corso della giustizia", avverte Lynn Maalouf, direttrice di Amnesty International per il Medioriente e l'Africa del Nord

ULTIMO AGGIORNAMENTO 0:05

Sos informazione: in cerca della verità.  In ogni parte del mondo, giornalisti vengono arrestati arbitrariamente. Imprigionati. Torturati. E sottoposti a ulteriori violazioni dei diritti umani. Vengono incarcerati o persino uccisi. Per aver rivolto domande che mettono in imbarazzo chi è al potere. Per aver cercato la verità. “Per aver assunto una posizione che non coincide con quella ufficiale“, sintetizza Anna Neistat di Amnesty International.

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Immagine tratta da Pixabay 

Libertà di informazione

Per esempio una giornalista del Wall Street Journal è stata accusata per aver prodotto propaganda terroristica in Turchia. E condannata a più di due anni di prigione. Ayla Albayrak è finita nel mirino per pun articolo in cui descriveva nei dettagli gli sforzi del governo per sedare il Pkk. Il Partito del lavoratori del Kurdistan. Una tragica dimostrazione di verità nascosta arriva dal Libano. A Beirut c’è una strage che non finisce. Nessuna verità sull’esplosione nel porto della capitale libanese che un anno fa ha ucciso oltre duecento persone. E ne ha ferite 7 mila. A documentare il calvario dei familiari è Amnesty International.Beirut

Senza verità

L’ultimo episodio è avvenuto la notte tra l’11 e il 12 agosto. E ha visto protagoniste le forze di sicurezza libanesi. Con la polizia di guardia al Parlamento. E civili non identificati muniti di bastoni. Ad essere stato attaccato un sit-in organizzato dai familiari delle vittime della strage del porto di Beirut. In occasione di un’importante sessione parlamentare sul futuro delle indagini. Diverse persone sono state ferite. Tra cui due giornalisti che hanno dovuto ricorrere a cure ospedaliere.

Segnale chiaro

Lynn Maalouf è la direttrice di Amnesty International per il Medioriente e l’Africa del Nord. Fa riferimento alle “immagini dei corpi insanguinati e a terra dei parenti delle vittime. Oltreché dei giornalisti che venivano portati di corsa in ospedale. Al termine di un sit-in del tutto pacifico”. Quelle immagine, aggiunge, “non avrebbero potuto mandare un segnale più chiaro. Su quanto le autorità libanesi intendano ostacolare il corso della giustizia”. Il Parlamento si apprestava a discutere una risoluzione. Per affidare a un consiglio speciale il proseguimento delle indagini. Su funzionari di alto livello dello stato libanese. Una mossa, anche questa, destinata volutamente a ritardare le indagini. Poiché tale consiglio speciale, di cui si parla da decenni, non è mai stato costituito. Il 2 luglio il nuovo magistrato Tarek Bitar aveva chiesto al Parlamento di sospendere l’immunità.

Beirut
(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

Numero legale

Per l’ex ministro delle Finanze, Ali Hassan Khalil. Per l’ex ministro dei Lavori pubblici, Ghazi Zeaiter. E per l’ex ministro dell’Interno, Nouhad Machnouk. La seduta è stata comunque annullata. Per mancanza del numero legale. Molti parlamentari hanno aderito all’appello dei familiari a boicottarla. Al sit in Hussam Chebaro, un fotogiornalista del quotidiano Annarah, stava per andare via in anticipo. Dato che la situazione era del tutto tranquilla. Quando improvvisamente ha udito un fracasso. E ha visto una decina di persone vestite di nero muoversi. Da dietro il posto di blocco delle forze di sicurezza. E correre verso i manifestanti.

Beirut
Fonte: AGI

Testimonianze

“Ci hanno preso a bastonate. Tutti indistintamente. Giornalisti. Donne. Anziani. Bambini- racconta Hussam Chebaro-. Mi hanno colpito alla schiena. Al collo. Sulle spalle. E in pieno volto. Mi hanno rubato la macchina fotografica. E il motorino. Poi sono stato portato all’ospedale. Dove, per miracolo, hanno visto che non avevo nulla di rotto. Solo ematomi ovunque”.vescovi

Brutalità

“Senza alcuna ragione. All’improvviso. Cinque o sei uomini vestiti di nero sono corsi verso di noi. E hanno iniziato a bastonarci tutti. Sono dei mostri”, spiega a LaPresse una parente di una delle vittime della strage del porto di Beirut.  Al giornalista freelance Zakariya Jaber è stato rotto un dito. Da un gruppo di simpatizzanti del presidente del parlamento, Nabih Berri. “Ormai è la norma picchiare i giornalisti durante le proteste. Vogliono impedirci di documentare le loro brutalità”, evidenzia Hussein Baydoun. Un altro fotogiornalista di Al Araby Al Jadeed, ha udito chiaramente gli aggressori urlare: “Come ti permetti di offendere Nabih Berri?”. Durante la fuga gli sono stati lanciati dei bastoni addosso. Le forze di sicurezza, ha notato, erano presenti in buon numero. Ma non hanno fatto nulla. Beirut

Danni umani ed economici

I casi messi in luce da Amnesty International nel tormentato paese mediorientale fanno parte di centinaia di casi. “Meritano di essere indagati in modo trasparente. Affinché i responsabili delle violazioni dei diritti umani nei loro confronti siano chiamati a risponderne. E i giornalisti possano svolgere il loro lavoro senza timore di subire rappresaglie”, osserva Neistat. Quella di 2750 tonnellate di nitrato d’ammonio, avvenuta il 4 agosto 2020 nel porto di Beirut, è stata una delle più grandi esplosioni non nucleari della storia. Ha causato 217 morti e 7mila feriti. 150 dei quali ora con disabilità permanente. Ha danneggiato 77 mila appartamenti. E ha costretto a sfollare oltre 300 mila persone. Oltre 15 miliardi di euro le perdite economiche

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