Una scuola da salvare: l’appello di suor Anna Monia Alfieri

Foto di José Luis Rodríguez Martínez su Unsplash

Con l’anno scolastico in chiusura, il tempo dei bilanci è sempre dietro l’angolo. E, ancora una volta, per quel che riguarda il comparto educativo italiano il piatto rischia di piangere. Nonostante le riforme messe in atto, infatti, persiste un difetto atavico nella scissione tra scuola pubblica e pubblica paritaria che, di fatto, impedisce al sistema di remare in un’unica direzione. E se strumenti come il decreto Caivano hanno puntato a una ristrutturazione edile-sociale della scuola nel Mezzogiorno, sull’altro piatto della bilancia c’è un settore sempre più  in crisi, che catalizza la forza lavoro senza redistribuirla e lascia ai genitori poco (se non nullo) margine per la scelta educativa per i propri figli. A lanciare l’allarme è suor Anna Monia Alfieri, esperta di politiche scolastiche e insignita del Premio Rosa Camuna 2024 della Regione Lombardia: “Mi preoccupa molto non solo la crisi in atto ma anche la scarsa conoscenza del problema”.

 

Suor Anna Monia, complimenti per il Premio Rosa Camuna. Non è il primo che ottiene per il suo lavoro. Qual è l’importanza concreta di tali riconoscimenti?

“Mi paiono funzionali ad accendere i riflettori sulla questione della libertà di scelta educativa. Sappiamo che in Italia, le famiglie più povere, le classi sociali medie, non possono scegliere. In Europa, invece, è oramai storia che le famiglie possano scegliere a costo zero avendo pagato le tasse. È fondamentale accendere i riflettori sul pluralismo educativo. Io sono molto preoccupata del fatto che, in Italia, sia gravemente compromesso”.

Qual è lo stato di salute della scuola paritaria?

“Abbiamo poco più di 11 mila scuole paritarie rimaste con 770 mila alunni totali, più di 400 mila dei quali sono della scuola dell’infanzia. Queste scuole sono concentrate nel nord del Paese, perché regioni come Lombardia, Veneto e Piemonte hanno permesso, attraverso la dote scuola, quantomeno di affacciarsi alla paritaria. E questo ha salvato il pluralismo educativo che, nel Nord, è del 37% come media, mentre nel Sud si colloca al 2-5%. E questo crea un divario tra Nord e Sud, spacca in due il Paese”.

Si rischia quindi un effetto a catena…

“L’Italia, in assenza di pluralismo educativo si colloca agli ultimi posti Ocse. Il tasso di dispersione scolastica al Sud è del 21%, contro una media del 13% del Nord e del 9% in Europa. Anche i Neet (i giovani che non studiano né lavorano, ndr) sono concentrati nel Sud. La scuola non è più un ascensore sociale, non è più in grado di colmare le differenze. Gli svantaggi di provenienza familiare e territoriale vengono acuiti”.

Eppure alcuni recenti provvedimenti hanno puntato proprio sul risanamento scolastico nelle zone più in difficoltà. La crisi della scelta educativa crea però, a quanto pare, un contraccolpo economico…

“Nell’attuale governo intravedo una sensibilità al tema ma, qualora si indirizzasse sul Buono scuola, si tratterebbe solo di congelare lo status quo. Si tratterà quindi di rifondare il pluralismo educativo, avremo bisogno di nuovi don Milani, don Giussani, Montessori, don Bosco. Le scuole paritarie sono a un bivio: se l’alunno costa 7 mila euro, le paritarie ricevono solo 700 euro di contributi. Quindi, o si applica una retta di 7 mila euro diventando così elitarie, o si indebitano e poi chiudono. Una politica miope ventennale ha compromesso il pluralismo educativo attraverso lo slogan ingannevole ‘No scuole paritarie di ricchi per i ricchi’. Queste, al contrario, garantivano un livello educativo di qualità. È stata una delegittimazione delle famiglie, impedendole di esercitare in modo consapevole e libero la propria responsabilità educativa”.

Passi da fare e passi fattibili?

“La scuola statale manca di autonomia ma costa 10 mila euro. La paritaria dei poveri per tutti si è indebitata e chiude. Restano le scuole con rette da 8-10 o 15 mila euro con liste d’attesa perché la scuola la si considera elitaria. Dobbiamo spezzare questo meccanismo. Il Premio Rosa Camuna lo vedo come uno strumento di denuncia rispetto a questa situazione e come un appello al governo di non compromettere per sempre il pluralismo educativo, intervenendo con il Buono scuola. Inoltre, come un appello ai cittadini affinché non chiudano le scuole paritarie alle congregazioni, alle parrocchie e ai laici ma contribuiscano a rifondarle”.

Abbiamo parlato dell’Europa: eventuali modelli virtuosi applicabili?

“In tutta Europa la scuola è gratuita e i modelli sono tanti. Quelli secondo me più vicini sono quelli di Francia, Finlandia e Svezia”.

L’Italia però è indietro: è solo un problema di cattiva programmazione o c’è un difetto culturale nell’inquadramento sociale delle paritarie?

“Se un allievo costa 10 mila euro e la scuola statale soffre, evidentemente si tratta di soldi spesi male. La vera riforma avrebbe dovuto essere quella di rendere autonoma la scuola statale e libere quelle paritarie. Le vittime di questo mancato step sono state le famiglie, non messe in grado di esercitare il proprio diritto di scegliere, e le fasce sociali più svantaggiate. È stata un’operazione ricaduta danneggiando le famiglie più povere, creando una divergenza educativa enorme. Bisogna fare in fretta nella consapevolezza che si tratta di congelare lo status quo in attesa di una rifondazione di un pluralismo in emergenza”.