Trotta (leader Tavola valdese) a Interris.it: “Va riscoperto il senso della comunità per raggiungere le persone più isolate”

Intervista a Interris.it di Alessandra Trotta, moderatora della Tavola valdese: "Servono impegno comunitario e dialogo tra le generazioni"

ULTIMO AGGIORNAMENTO 0:21

“Dal punto di vista spirituale, durante la pandemia la sfida credo sia quella di vivere il tempo della chiusura e delle limitazioni con spirito di massima apertura- spiega a Interris.it Alessandra Trotta è la moderatora della Tavola valdese-. Occorre guardare oltre il proprio ombelico. Allargare lo spazio oltre le mura della propria casa. Coltivare il senso della comunità. Trovando i mezzi per raggiungere le persone più isolate. E poi prendersi il tempo per ridefinire le priorità”.

Il senso della comunità

Lo scorso anno Alessandra Trotta ha raccolto il testimone dal moderatore uscente Eugenio Bernardini. Nella storia è la seconda donna alla guida dei valdesi e metodisti italiani. Guida la Tavola valdese, l’organo che rappresenta ufficialmente le chiese metodiste e valdesi nei rapporti con lo Stato e con le organizzazioni ecumeniche. Per la prima volta la carica viene ricoperta da un membro della componente metodista. Laureata in Giurisprudenza a Palermo, ha esercitato la professione di avvocato civilista fino al 2001. E’ stata consacrata al ministero diaconale nel 2003. Ha diretto il Centro Diaconale La Noce dal 2002 al 2010. Presidente dell’Opera per le chiese evangeliche metodiste in Italia (Opcemi) dal 2009 al 2016. Ha successivamente svolto il ministero diaconale al servizio delle chiese metodiste e valdesi in Campania e Sicilia. E’ stata responsabile dell’Ufficio affari legali della Tavola valdese. E coordinatrice del gruppo di lavoro per la tutela dei minori.Una società duramente provata dalla pandemia rischia di chiudersi per paura o può cogliere l’opportunità per aprirsi al dialogo e migliorare?
“Partiamo dai dati di fatto. E cioè il dolore grande per le perdite umane. Le sofferenze per l’isolamento e le separazioni vissute. Le paure. Le grandi preoccupazioni per il futuro causate da questa emergenza e dalla crisi che ne è scaturita. Sarebbe davvero deludente se a tutto ciò seguisse il ritorno a quella routine di prima che illusoriamente chiamiamo normalità. Serve, invece, un impegno di rigenerazione. Non solo del dialogo fra le persone e nelle comunità. Ma anche fra le generazioni. Per tenere insieme la memoria del passato, la coscienza e responsabilità del presente. E una visione rinnovata di futuro, che incoraggi interventi coerenti anche di politiche pubbliche”.Può farci un esempio?
“Ne ho parlato nel discorso inaugurale della settimana di iniziative organizzata a Torre Pellice in questi giorni. #senzasinodo (“generazioni e rigenerazioni:avere cura di persone, memorie e territori”) si è chiusa il 30 agosto nelle valli valdesi. Si è svolta nei giorni solitamente dedicati al Sinodo delle chiese metodiste e valdesi. Un appuntamento quest’anno rinviato per il Covid. Le nostre chiese sono fra i soggetti sociali che avvertono  (nella situazione di grave emergenza mondiale che si sta vivendo) l’urgenza di una chiamata. Una chiamata a un ripensamento complessivo delle relazioni fondative della convivenza civile. Su basi di maggiore giustizia sociale. Riduzione delle diseguaglianze. Tutela dei diritti  umani. Sostenibilità ambientale. Solidarietà. Attenzione ai soggetti più vulnerabili. Sollecitudine a non lasciare indietro nessuno”.Chi sono i deboli maggiormente danneggiati dall’emergenza sanitaria?
“Tutte le categorie sociali più deboli sono state anche le più esposte alle gravi conseguenze, non solo economiche, del periodo di lockdown. Vorrei citare particolarmente i tanti, troppi lavoratori precari ed irregolari. Come i molti invisibili impegnati nelle campagne a raccogliere la frutta e la verdura che giunge sulle nostre tavole. Le tante, troppe donne vittime di violenza domestica, che si sono ritrovate chiuse per mesi in case da incubo. Le tante troppe persone in situazione di precarietà abitativa. In un tempo in cui la ‘casa’ è diventata risorsa essenziale per la sopravvivenza  fisica, psicologica, relazionale”.A chi si riferisce in particolare?
“Una menzione speciale ai bambini e alle bambine. Sono stati particolarmente esposti al rischio di traumi seri. Derivanti dall’interruzione totale, improvvisa e prolungata, delle possibilità di socializzazione, gioco, educazione. Ancora più grave nel caso di  bambini e bambine che vivono in contesti sociali e culturali svantaggiati. In questi mesi mi hanno molto colpito le numerose testimonianze di insegnanti, educatori, terapisti. Voci provenienti dalle nostre opere diaconali sugli sforzi creativi. Compiuti per garantire continuità di cura e rafforzare la resilienza di bambini ed adolescenti. Nel periodo dell’isolamento in casa, soprattutto nei contesti più a rischio. Dove le possibilità di sviluppo di competenze e di attivazione di processi di emancipazione si giocano molto sull’’uscita’. Uscita da contesti familiari e sociali deprivati o opprimenti. Tutti temi e aree di impegno su cui, non a caso, la nostra settimana si è voluta particolarmente concentrare”.Quale risposta spirituale e caritativa si può dare all’isolamento e all’impoverimento provocati dalla pandemia?
“Per le nostre chiese, vi è stato e continua tuttora l’impegno corale a non spezzare, anzi intensificare i legami comunitari. Intorno all’ascolto condiviso della Parola (essenziale anche per il discernimento). La cura d’anime. Il sostegno reciproco nelle difficoltà. Dal punto dell’azione anche pratica, cerchiamo di dare risposte. Mantenendo, intensificando, se necessario riorientando i molti interventi sociali, educativi, sanitari. Già svolti dall’insieme della nostra organizzazione diaconale. E anche dalle chiese locali. In favore delle vecchie e nuove povertà. Continuando a sostenere la carità con quote significative delle risorse dell’otto per mille assegnate alle chiese valdesi e metodiste. Si tratta di validissimi progetti di tanti enti di qualità, in gran parte non evangelici, che compongono il mondo del terzo settore”.In che modo?
“Anche con uno stanziamento specifico  di 8 milioni di euro (deciso nel mese di aprile). In parte già utilizzato nel pieno dell’emergenza per interventi soprattutto di tipo sanitario. Ed in parte destinato, nei prossimi mesi, a progettualità per il tempo della ricostruzione”.

Il Papa ha detto che peggio della pandemia c’è solo non imparare da essa. Da questo momento di difficoltà si può uscire con una coscienza individuale e collettiva cambiata?
“La coscienza individuale e collettiva si forma e si trasforma nel lungo periodo. L’impegno dell’oggi è di gettare semi che si spera possano risvegliare le coscienze assopite. E produrre le trasformazioni auspicate. Accettando e preparandosi a dialogare soprattutto con gli arrabbiati. Con gli impauriti. Con quelli che si chiudono perché non si sentono considerati. Né rappresentati nei loro valori e bisogni più profondi. E non  cedendo mai a una insidiosa  tentazione. Quella di pensare che i problemi sono talmente grandi e globali che non contino le proprie parole.Né i propri gesti. Né le proprie scelte quotidiane”.Nelle difficoltà  generalizzate si diventa più solidali o egoisti?
“L’uno e l’altro direi. Ricordiamo tutti, credo, gli scaffali dei supermercati presi d’assalto e svuotati, all’indomani del lockdown. Per l’irrazionale spinta all’accaparramento che non si preoccupa di lasciare senza niente chi viene dopo di te. Ma ricordiamo anche il sentimento della comune fragilità. Lo shock dell’isolamento ha fatto maturare in molti il senso della solidarietà umana. Un bisogno di riconoscersi uniti proprio come essere umani. Al di là di muri e oltre le differenze. La riscoperta dei rapporti di vicinato. La disponibilità all’aiuto generoso. Si potrebbe forse dire che è durato poco. Ma invece bisogna credere che le energie positive liberate nel momento peggiore possano essere valorizzate. E canalizzate in un apprendimento duraturo. In grado di sostanziare la speranza di un futuro migliore”.

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