Tra guerra, carestia e malattie: la lunga notte dello Yemen

I secessionisti del Sud provano la mossa dell'autogoverno alla ricerca di un peso negoziale. Ma la crisi nel Paese ha già assunto proporzioni inimmaginabili. Il punto con Lorenzo Marinone (Cesi)

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L’appello che arriva è affinché le parti in causa dialoghino. Il punto è che, per lo Yemen, una richiesta come questa è arrivata fin troppo spesso da parte della Comunità internazionale, senza che agli auspici siano seguiti concreti atti volti alla risoluzione di una delle emergenza umanitarie più impellenti a livello globale. Da ormai cinque anni il Paese è stretto nella tragica morsa tricefala della guerra civile e della carestia, funestata da epidemie, sofferenze e crisi alimentare. Un quadro estremo, in cui la rottura dell’accordo di pace stipulato a novembre fra le fazioni in lotta, con la proclamazione di un autogoverno nella città di Aden da parte dei secessionisti meridionali, rischia di gettare variabili in grado di funestare ulteriormente uno scenario già compromesso. Specie su un piano umanitario. Interris.it ne ha parlato con Lorenzo Marinone, responsabile del Desk Medio Oriente e Nord Africa del Ce.S.I. – Centro Studi Internazionali.

 

Dottor Marinone, la notizia della rottura della tregua fra le fazioni in lotta nello Yemen ha immediatamente fatto scattare un allarme sulla possibilità che la crisi torni a degenerare. Com’è al momento la situazione?
“Un conflitto dove c’erano due principali attori, gli Huthi e la coalizione dai sauditi, adesso non vede più due giocatori ma tre. Perché la coalizione saudita e le forze yemenite, riunite sotto questo ombrello, si sono definitivamente divise in due ulteriori fazioni. Una di queste è il Consiglio di transizione del Sud, quella che nei giorni scorsi ha fatto l’annuncio di una secessione, un non riconoscimento del presidente Hadi e la formazione di strutture di governo autonome al Sud, principalmente ad Aden. Il secondo gruppo fa capo al presidente Hadi, che ha poco grip in molte parti dello Yemen, poca legittimazione popolare. Lo Yemen è un Paese dove l’influenza dei legami tribali è molto forte, ed è tanta parte della legittimità politica. Da questo punto di vista Hadi è molto debole, e si appoggia ai quadri del partito Islah, affine alla fratellanza musulmana, anche se quella yemenita è genericamente più radicale rispetto ad altri Paesi”.

Le ragioni dell’attrito?
“Queste due fazioni hanno referenti internazionali privilegiati. Il presidente Hadi è il protegé dell’Arabia Saudita. Mentre il Consiglio di Transizione del Sud è appoggiato dagli Emirati. La guerra iniziata nel 2015 si è ridotta quasi subito a un intervento militare ripartito fra sauditi ed emiratini, i quali si sono sostanzialmente divisi i compiti: i primi combattevano a nord, portando avanti operazioni aeree, mentre i secondi mettevano forze sul campo, fra mercenari e le loro. Allo stesso tempo, però, si sono ‘coltivati’ un po’ di referenti locali e gli emiratini hanno fin da subito puntato su quelle realtà che si sono andate a coagulare nel Consiglio di Transizione per il Sud. Anche se in questa forma il Consiglio è qualcosa che è sorto ufficialmente nel 2017, le istanze di cui si fa portatore sono più che radicate nella storia del Paese. Le istanze degli autonomisti del Sud c’erano ben prima del 2015 e del 2011, e affondano le radici nello Yemen del Sud. E’ un retaggio storico molto vivo e che si interseca con le divisioni tribali del Paese. Con questi referenti si sono legati gli emiratini e da questo movimento hanno creato dei gruppi armati controllati da Abu Dhabi, le Security Belt, che sono il braccio armato di questo Consiglio. I combattenti yemeniti, addestrati e armati dagli Emirati, sono quelle stesse persone che combattono oggi per il Consiglio di Transizione del Sud”.

Le radici storiche dello scontro in atto si riducono, quindi, a un dualismo Nord-Sud? In che modo vi entrano le forze estere?
“C’è una rotta di collisione molto chiara fra Arabia Saudita ed Emirati Arabi, che hanno referenti diversi, i quali hanno a loro volta agende inconciliabili. Non è infatti la prima volta che si arriva a uno scontro forte all’interno della coalizione, l’ultimo dei quali proprio la scorsa estate. Ci sono tensioni molto forti perché anche qua ritorna sempre la dicotomia nord-sud. Il Consiglio di transizione per il Sud si sente del tutto emarginato perché non ha una rappresentanza nel governo di Hadi, che è sì uomo del sud ma che ha una cerchia di potere che viene dal Nord. Il Partito Islah pesca soprattutto a nord, come connessioni tribale, il generale Alì Mohsen fa parte di una delle confederazioni tribali più potenti del Paese e che viene dal nord… Quindi ritorna sempre questa dinamica. Hadi è visto come espressione degli interessi del nord”.

La scintilla del nuovo scontro?
“Il Consiglio del Sud ha sbattuto il pugno sul tavolo, per dire che al tavolo negoziale dovrà essere adeguatamente rappresentato. Non accetta che i rappresentanti di Hadi decidano in loro vece. L’occasione, premuta molto dall’Arabia Saudita, è tornare a parlare con gli Huthi e riprendere le fila dell’accordo di Stoccolma, del dicembre 2018, la base su cui la diplomazia internazionale guidata dall’Onu sta cercando di porre fine al conflitto, rinegoziando l’accordo di tregua. Quello stesso tavolo, potrebbe diventare una piattaforma di dialogo per un accordo di pace complessivo. Il Consiglio lo ha capito, ha visto l’accelerazione dell’Arabia Saudita per andare a negoziare con gli Huthi, dicendo pubblicamente che voleva farlo. Il giorno stesso, gli Huthi hanno lanciato razzi contro le principali città del Paese e loro, per risposta, hanno reiterato la richiesta. Questo fa capier come la posizione saudita sia molto debole. Agitare lo spettro della secessione richiama l’attenzione sul fatto che il Consiglio vuole essere parte dei negoziati. Finora non hanno mai fatto nulla che si traducesse davvero in questo senso, anche se avrebbero potuto farlo. Sono andati a fare qualcosa di simbolico ma che lascia aperta la porta a un dialogo ulteriore. Hanno accerchiato la banca centrale yemenita, lanciando il messaggio che se vogliono hanno la forza per impadronirsi delle istituzioni e dei soldi. Un modo per mettere ulteriore pressione ai sauditi e al presidente Hadi”.

Come si muoveranno le forze in campo? Si cercherà un punto di contatto?
“La scorsa estate la situazione si è ricomposta rapidamente, perché Riyad e Abu Dhabi hanno trovato un’intesa in fretta. Ci sono però due livelli da considerare: non è scontato che abbiano vogliano di parlarsi ora, e non si sa se, in caso, gli attori yemeniti sul campo siano disposti ad ascoltare quanto viene riferito dai loro sponsor internazionali. E’ già successo che, nonostante un accordo di massima, sul terreno ci fossero delle scaramucce dovute all’insoddisfazione”.

In questo quadro, l’emergenza umanitaria, già grave prima della rottura della tregua, assume dimensioni potenzialmente devastanti… Il coronavirus contribuisce ad aggravare la situazione?
“In una situazione come questa vengono distratte ulteriori forze e risorse per far fronte a una emergenza umanitaria di proporzioni difficilmente immaginabili. Il coronavirus è una gravissima crisi sanitaria, ma lo Yemen è alle prese da anni con un’epidemia di colera che ha fatto sfaceli e che non si riesce ad arrestare, unita a carestia e malnutrizione gravissime. A fronte delle quali il coronavirus sembra quasi un problema minore. Ogni qualvolta ci sono scontri, il flusso degli aiuti umanitari tende a rallentare perché ci sono pochi punti di accesso nel Paese. Tendenzialmente succede anche un’altra cosa che fa rallentare il tutto: ossia che gli aiuti finiscono per essere gestiti dalle forze in campo, che ne fanno un racket, li usano come leva per acquisire legittimità, oppure ci lucrano. Queste cose in Yemen accadono su scala molto larga. Se Aden era una città dove le parti in campo riuscivano a convivere con un accordo di massima e gli aiuti ad arrivare, ora è molto più complesso. Il Consiglio di Transizione, che controlla ad Aden e la sua piccola provincia, non sarebbe riuscito a tirare dalla sua altri governatori limitrofi del Sud, che hanno denunciato la loro iniziativa come un golpe. Immaginiamoci quanto di quegli aiuti, che passano tramite Aden e Hodeida, arrivino in quelle province che non appoggiano il Consiglio”.

L’emergenza sanitaria nell’Occidente pregiudica, di per sé, l’afflusso di risorse per la crisi umanitaria? Oppure influisce di più la frammentazione territoriale?
“Sì. Le agenzie che sono più attive nel mandare aiuti umanitari nello Yemen sono quelle del cibo, perché c’è la carestia come principale problema. Queste agenzie possono vedere le loro attività solo marginalmente toccate dall’emergenza. Per ora non ci sono troppe situazioni critiche. Va però considerato un altro aspetto: stiamo parlando di un momento in cui in Africa la situazione non è ancora degenerata. Nel momento in cui in Paesi in cui la sanità è quasi assente, se dovessero arrivare crisi acute c’è la possibilità che si blocchi l’accesso al cibo. In quel momento, anche lo Yemen ne risentirebbe perché le agenzie dovrebbero dirigere le risorse verso quelle zone”.

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