Storie dal carcere: quando il lavoro restituisce la dignità

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Per i carcerati un lavoro è dignità
Carcere

Il carcere può liberarti?

Riusciresti mai a dire che la prigione rende liberi? Alcune persone ci riescono, e queste non sono né dei grandi giuristi, né studiosi particolarmente convinti dell’efficacia del sistema penale nazionale. A dirla tutta, sono prigionieri.

Ci sono alcune iniziative in Italia che offrono ai prigionieri la possibilità di lavorare, così che questi possano avere una possibilità di lavoro futura anche una volta usciti da prigione, e, allo stesso tempo, si ri-scoprano come persone in quest’attività. In quest’articolo, ci concentreremo principalmente sulle iniziative del carcere di Siracusa, Venezia e Padova.

Ri-nascere nella laguna Veneziana

L’Associaione “Rio Terà dei pensieri” si occupa del re-inserimento in diversi ambiti lavorativi dei prigionieri delle carceri veneziane, sia maschile che femminile, offrendo loro diverse possibilità di lavoro durante il periodo in prigione. I fondamenti della loro attività sono la produzione di materiali ecosostenibili, che siano fatti con materiali riciclati nel rispetto dell’ambiente, e, come già menzionato, la possibilità di dare una “seconda chance” ai carcerati. Ciò che i carcerati coinvolti hanno da dire riguardo alle iniziative proposte è abbastanza commovente, ed è chiaro che le proposte sono state in grado di cambiare in modo significato le loro vite.

“Rio Terà dei Pensieri” propone diversi lavori: un laboratorio di cosmetica, in cui si creano saponi e prodotti per la cura personale con delle ricette inedite, e interamente con prodotti naturali. Inoltre, l’Associazione coinvolge i carcerati nella creazione di borse, piccole sacche e portafogli in PVC, un materiale che si ottiene con particolari tecniche di riciclo della plastica. Ancora, nel carcere femminile si trova un piccolo campo coltivato, in cui le ragazze coltivano 40 specie diverse tra frutti, verdura e erbe naturali, e che poi vendono al mercato locale una volta a settimana, sotto la sorveglianza di poliziotti, e con permessi speciali. Le attività comprendono anche un laboratorio di serigrafia, nel carcere maschile della laguna, un’attività che i carcerati imparano a fare volentieri con alcuni brevi corsi che vengono loro offerti, o che, in alcuni casi, sapevano già fare per loro qualifiche personali.

Il laboratorio realizza stampe di diverso tipo con disegni di diversi esperti e specialisti del mestiere, ma offrono anche stampe personalizzate su richiesta.

Le mandorle di Siracusa

A Siracusa, invece, gli internati del carcere locale hanno la possibilità di lavorare in un laboratorio che si occupa della lavorazione delle mandorle, uno dei prodotti locali tipici più importanti e conosciuti. In questo caso, il lavoro è possibile attraverso l’impegno della cooperativa L’Arcolaio”.

Inizialmente, la loro attività consisteva quasi esclusivamente nella produzione di pane biologico, solo con ingredienti locali, ma col tempo, la loro produzione si è orientata verso le mandorle, creando dolcetti, biscotti e salse di mandorle con cui guarnire diversi piatti. Il loro obiettivo, anche in questo caso, è quello di dare una seconda chance ai prigionieri, un percorso lavorativo da seguire una volta usciti dal carcere; allo stesso tempo, facendo ciò, valorizzano e promuovono le mandorle siciliane: uno dei prodotti tipici più importanti per loro. Grazie all’associazione “Le Galline Felici” i loro prodotti sono distribuiti e venduti in tutta Italia, e in Europa.

Regali di Natale dalla prigione

Un’iniziativa simile, e altrettanto nota in Italia, è quella del carcere di Padova, sostenuta dalla Cooperativa Giotto . Il carcere di Padova è infatti famoso per essere una elle migliori pasticcerie del paese; non a caso, infatti, ha vinto più di un premio, tra cui il “Dino Villani”, dell’accademia Italiana della cucina, per il miglior Panettone d’Italia.

Il riconoscimento è significativo per l’associazione, non solo perché valorizza il loro lavoro a livello nazionale, ma anche perché è uno dei premi più importanti nell’ambito della “cucina a km 0”.

Un lavoro a cui dare valore

Ciò che colpisce, e che è davvero ammirabile di tutte queste iniziative, non è solo il fatto che tutte valorizzano enormemente l’ambiente in cui hanno origine, rispettandolo e valorizzandone prodotti e tradizioni. Tutte, oltre a ciò, hanno in comune il fatto che tutti i prigionieri coinvolti siano estremamente grati per il lavoro che viene loro offerto. Questa gratitudine non deriva solo dal fatto che attraverso questi lavori i detenuti hanno la possibilità di mandare ai loro famigliari un contributo economico pur essendo in carcere, ma soprattutto dalla consapevolezza che il lavoro che viene loro offerto li salva.

Max Cosham ha 44 anni, oggi è uno dei managers del lavoro offerto da “L’Arcolaio” ai prigionieri del carcere di Siracusa. Ciò che Max porta nel cuore dei suoi anni in prigione è il fatto che in tutti quei mesi egli abbia incontrato principalmente persone che volevano aiutarlo; in questi anni ha imparato che indipendentemente dal fatto che tu sia in prigione oppure no, la vera libertà la puoi trovare solo dentro di te. Inoltre, Marco, che lavora per la cooperativa Giotto, afferma che scopre con piacere che “la gente là fuori non ci guarda come dei mostri” dicendo “hanno sbagliato, butta via la chiave, lasciali là”; allo stesso modo, Marco ammette che “Nel carcere di Padova ho avuto la possibilità di scendere, imparare un mestiere.  Cioè io sono diventato una persona nuova”, e, ancora, Pierin della stessa pasticceria sorride, grato: “Per chi lavora, in carcere è diverso. Il lavoro praticamente, ti fa avere una vita dignitosa”.

Una carcerata di Venezia, inoltre, afferma che prima di lavorare per “Rio Terà dei pensieri” come creatrice di prodotti cosmetici, non faceva altro che fumare in cella; anche per lei, cominciare a lavorare ha cambiato tutto, nonostante il fatto che all’inizio fosse convinta del fatto che il lavoro che le era stato proposto non facesse per lei.

Tutte queste iniziative sono da valorizzare, e dovrebbero diventare un esempio per molti in quanto sono in grado di ribaltare la visione che molti hanno sui prigionieri: quanto sarebbe più facile abbandonarli nelle loro celle? Non da ultimo, il lavoro e il tempo che tutti i volontari e collaboratori di queste associazioni dedicano alle iniziative è commovente: la loro capacità di valorizzare tutto ciò che li circonda dall’ambiente circostante alle persone intorno a loro non è scontata, ma, oserei dire, unica.

Marta La Placa è tirocinante della cooperativa sociale Volunteer in The World

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