Università Europea: la rinascita in carcere raccontata in Cineforum

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Una serata di dibattito, tra perdono e redenzione, fanatismo e comprensione della diversità, quella andata in scena, il 1 dicembre, presso l’Università Europea di Roma. Spunto di riflessione, la proiezione del film “The heart of murderer” (“Il cuore dell’assassino”, 2013), opera della regista romana Catherine McGilvary e trasposizione cinematografica della vicenda, realmente accaduta, dell’omicidio di una religiosa cristiana, suor Rani Maria, da parte di un indù pervaso dal fanatismo, Samundar Singh. Assieme all’autrice del documentario, il cineforum ha visto la presenza di Luigi De Salvia, presidente dell’Associazione Religions for peace dott.

Oltre cinquanta colpi di coltello, dettati da un odio scellerato e inspiegabile, la conseguente caduta nell’abisso della colpa e la lenta risalita verso la luce, lungo il sentiero tracciato dal perdono: la vita di Samundar,  nei fotogrammi del docu-film, scorre, assieme al treno sul quale sta viaggiando, ridisegnando le scene della sua infanzia e della sua adolescenza, e rimembrando l’incontro con la falsa seduzione del fondamentalismo religioso, avvenuta troppo presto. E’ il 1995 quando, in preda alla follia estremista, uccide brutalmente la missionaria francescana, macchiandosi di un delitto atroce, che lo isola dalla società e lacera la sua anima.

L’occasione di rinascita, però, arriva proprio da coloro a cui ha fatto del male. E’ la famiglia di Rani Maria che gli tende la mano, risollevandolo dall’oblio del suo cuore e offrendogli l’opportunità di redimersi, accogliendolo come un figlio. La sorella della missionaria, Selmy, condivide con lui, in un giorno dell’ormai lontano 2002, il rito induista della fratellanza, il rakshabandan. E’ in quel momento che il cuore di Samundar si trasforma, illuminato dalla forza del perdono. Ottiene la scarcerazione, grazie all’intercessione dei familiari della sua vittima, ma la sua vita, macchiata dall’ombra dell’omicidio, coincide con il ripudio di quella società che aveva contribuito alla sua perdizione. Al rinato Samundar, tuttavia, non importa. Lui ha ormai una famiglia nuova e una speranza di rinascita esaudita, accompagnata dalla sua guida spirituale, padre Swami. E su quel treno che corre, i ricordi di ciò che era stato sfumano, man mano che le braccia della misericordia incondizionata si aprono verso di lui.

Una storia, quella di Samundar, che non può lasciare indifferenti: “Ho scelto di raccontare la storia dal punto di vista dell’assassino – ha spiegato la regista in una precedente intervista – perché sia chiaro che il perdono incondizionato trasforma nel profondo non soltanto chi lo offre, ma ancora più chi ne è oggetto”. Il confronto con il protagonista della vicenda è coinciso con la piena consapevolezza di quanto la potenza dell’amore possa scardinare ogni catena e lenire ferite anche gravissime: “Avendolo incontrato a più riprese, nell’arco di tre anni, ho potuto toccare con mano la trasformazione che è avvenuta in lui. Il suo desiderio, ora, è aiutare il prossimo come può, tenendo a mente l’esempio di Rani Maria”.

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