Tre milioni di lavoratori green

ULTIMO AGGIORNAMENTO 16:12

Il mercato premia le aziende che investono nella sostenibilità. La green economy è un modello di sviluppo economico che valuta un’attività produttiva non solo in base ai benefici creati dalla crescita ma anche dal suo impatto ambientale. “Sono oltre 432 mila le imprese italiane che hanno investito nel periodo 2015-2018, o prevedonodi farlo entro il 2019 in prodotti e tecnologie green per ridurre l'impatto ambientale, risparmiare energia e contenere leemissioni di CO2 – riferisce l’Ansa -. Il decimo rapporto della Fondazione Symbola e di Unioncamere sottolinea come sitratti del 31,2% delle imprese extra agricole”.

Ridurre l’inquinamento

La responsabilità sociale d’impresa è la volontà delle aziende di gestire in modo efficace i problemi del loro impatto sociale ed etico, sia all’interno dell’azienda che nel contesto che le circonda. I lavoratori impegnati nel green sono ormai 3,1 milioni con una crescita di100.000 unità nel 2018 (+3,4%), molto superiore alla media dellealtre figure professionali (+0,5%).  “Solo quest'anno – attesta il Rapporto – quasi 300 mila aziende hanno investito, o intendono farlo entro dicembre, sulla sostenibilità e l'efficienza“. L’obiettivo degli investimenti pubblici e privati è sempre più quello di ridurre l’inquinamento, aumentare l’efficienza di energia e risorse e preservare la biodiversità.

Risorse energetiche e settore manifatturiero

L'impegno negli investimenti green è significativo soprattutto nel settore manifatturiero dove le imprese che puntano alla riduzione dell'impatto ambientale e all'uso efficiente delle risorse energetiche sono più di una su tre (35,8%). L’economia “green”, quindi è una miniera. Entro il 2023 mezzo milione di nuovi posti di lavoro, conferma il  rapporto Censis-Confocooperativa: “Già oggi vale il 2,4% del Pil” Mezzo milione da qui al 2023. “Tanti sono i nuovi posti di lavoro che la cosiddetta  economia “verde” dovrebbe generare nei prossimi anni- evidenzia Repubblica -. A dirlo il focus di Censis e Confcooperative “Smart & green, l'economia che genera futuro”, in cui “il green” viene definito “il nuovo eldorado dell'occupazione italiana”, con un valore che già oggi è pari al 2,4% del Pil“. Lo sviluppo sostenibile, lega la tutela delle risorse umane alla dimensione economica, sociale e istituzionale per soddisfare i bisogni delle generazioni attuali ed evitare di compromettere la capacità di quelle future di soddisfare le proprie.

Aziende eco-sostenibili

I dati, elaborati dal sistema informativo Exclesior, raccontano di come, da oggi al 2023, ogni cinque nuovi posti di lavoro creati dalle imprese attive in Italia uno sarà generato da aziende eco-sostenibili; oltre il 50% in più di quelli del digitale (che non riuscirà ad andare oltre 214 mila nuovi occupati), e il 30% in più di quelli prodotti dalla tutte le imprese della filiera salute e benessere (che si attesterà a 324 mila assunzioni). Sottolinea Repubblica: “L'occupazione in ambito eco-sostenibile (tenendo conto delle stime di crescita del Pil italiano elaborate dal Fondo monetario internazionale, e delle previsioni del Sistema informativo Excelsior cioè di un fabbisogno, tra il 2019 e il 2023, di nuovi posti di lavoro pari a 2 milioni e 542 mila) coprirebbe una quota del 18,9% del totale fino al 2023. In termini assoluti, “il volume di lavoro con questo profilo di competenze sarebbe pari a 481 mila unità, poco meno di 100 mila all'anno”.

La riconversione dei modelli produttivi

La transizione verso un'economia pulita sta determinando una modifica strutturale all'interno dell'occupazione nei Paesi avanzati e in quelli emergenti. Il bisogno di competenze green e l'adozione di tecnologie nuove nel campo della sostenibilità stanno accompagnando la generale riconversione dei modi di produrre e l'orientamento della crescita economica a livello globale. “Nel 2017 – spiega a Repubblica Maurizio Gardini, presidente di Confcooperative- la stima economica degli effetti disastrosi di eventi collegati al cambiamento climatico ha raggiunto i 290 miliardi di euro. Evitare tali costi, potrebbe incrementare, entro il 2050% il Pil dei Paesi G20 del 4,7% netto”.

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