“Ro' la formichina”, al fianco dei giovani detenuti

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“La croce più grande per una persona non è l’essere in carcere, ma l’essere da solo a portare la croce del carcere”. Così diceva don Oreste Benzi, fondatore dell‘Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII, parlando dei detenuti. Ai membri della sua comunità, il sacerdote riminese chiedeva sempre di aiutare questi “fratelli” in difficoltà perché “l’uomo non è il suo errore”. Recluso, carcerato, galeotto… parole che rimangono incollate sugli ex detenuti come etichette che a volte la cosiddetta società civile tende ad evidenziare, scordandosi che dietro di esse c’è una persona. Molto spesso, per chi esce di prigione è difficile riuscire a rifarsi una vita e a trovare un lavoro. In Terris ne ha parlato con Marco Lovato, membro della comunità fondata da don Oreste Benzi, papà di casa famiglia che dal 1992 è a Santa Venarina, in provincia di Catania. Qui, insieme a sua moglie Laura, oltre a svolgere il “lavoro di papà”, dal 2002 ha aperto la cooperativa sociale “Rò La Formichina“, che accoglie e reintroduce nel mondo del lavoro persone disabili e detenuti che usufruiscono della pena alternativa.

Qual è il sogno della cooperativa sociale?
“Qui in Sicilia abbiamo la nostra casa famiglia, dove oltre ai nostri figli naturali abbiamo anche altri ragazzi accolti, alcuni di loro hanno anche avuto problemi con la giustizia. Nel 2001 c’è stata fatta la proposta di fare il salto, di provare a far partire la cooperativa sociale. Sapevamo che alcuni nostri ragazzi, portatori di handicap, crescendo non avrebbero mai trovato un lavoro e rischiavano di passare la loro giornata davanti al televisore. Il sogno della cooperativa è quella di dare a ciascun ragazzo la possibilità di avere la dignità del lavoro. E così è nata ‘Rò La Formichina’”.

Chi lavora nella cooperativa?
“Simone, un ragazzo con un ritardo mentale molto marcato, che è il nostro fondatore, alcuni portatori di handicap, ma hanno trovato posto anche dei giovani detenuti”.

Che tipo di lavori svolgete?
“Nella cooperativa ci sono due laboratori. Uno di falegnameria dove i ragazzi, seguiti da un operatore specializzato producono oggetti unici e fatti a mano, sviluppando la loro creatività, precisione, manualità e pazienza. Parte degli oggetti – come i crocifissi e alcuni pastorali – sono prodotti con il legno dei barconi utilizzati dai migranti per attraversare il Mediterraneo. Inoltre lavoriamo anche con le api: l’apicoltura richiede pazienza, precisione e delicatezza. In più, il lavoro con questi insetti insegna a rispettare i tempi della natura. Nei nostri laboratori produciamo 9 tipi di miele biologico certificato Icea”.

Che età hanno questi ragazzi?
“Noi lavoriamo molto con i riformatori. Gli istituti penali per minorenni in Italia sono 23, quattro dei quali in Sicilia, due nella provincia di Catania. Questo per capire un po’ l’emergenza criminalità minorile di cui stiamo parlando. Mentre al nord i detenuti sono per la maggior parte di origine straniera, qua al sud, invece, sono i ragazzini dei nostri quartieri a rischio. Ci sembrava quindi importante dare a questi ragazzi la possibilità di un percorso lavorativo”.

Come si svolge il loro lavoro?
“Alcuni hanno iniziato con un periodo di tirocinio di sei mesi: uscivano dal carcere la mattina, venivano a lavorare in cooperativa e rientravano la sera. Diversi ragazzi hanno poi ottenuto dal giudice l’autorizzazione a stare stabilmente nelle nostre case. A molti non devi insegnare un mestiere, devi proprio insegnare cosa sia un lavoro. Bisogna partire dalle basi: il rispetto per gli altri, la serietà sul luogo di lavoro, l’importanza di rispettare le scadenze”.

Che cosa è la pena alternativa?
“E’ la possibilità di dire: superiamo il carcere. La giustizia non deve essere intesa come vendetta, ma come un momento in cui si ripaga. L’opportunità, per chi ha fatto del male, di tornare a fare del bene. Magari, dove possibile, anche un percorso con le vittime o i familiari e, soprattutto, scoprire che c’è un futuro. Credo che la pena alternativa debba essere intesa come la possibilità di fare un percorso diverso. Un detenuto è inserito in un meccanismo dove si fanno i calcoli per ottenere le cose. Quando vado a fare i colloqui con i detenuti, un po’ già mi immagino cosa vogliono chiedere. Nelle nostre case, invece, quando incontrano i bambini o i portatori di handicap, è in quel momento che emerge il loro cuore”.

In che senso?
“Mi ha colpito molto un detenuto, quando gli facevo la mia solita predica sul fatto di fare del bene mi ha risposto che mai nessuno gli aveva insegnato cosa significasse realmente ‘fare del bene’. Dopo l’esperienza in cooperativa mi ha detto: ‘Adesso, finalmente, ho capito cosa significhi fare del bene’. Un altro detenuto, che era uscito per un periodo, mi spiegava che riconosceva di aver fatto degli errori e ora cercava solo delle opportunità per fare qualcosa di giusto. E’ questa la responsabilità che abbiamo nei loro confronti”.

Perché avete chiamato la cooperativa Rò La Formichina?
“Rò è il diminutivo di Rosario, un ragazzino accolto nella nostra casa famiglia che all’età di 14 anni, a causa di una malformazione ci ha lasciati. La formichina perché questo insetto è capace di trasportare cose più grandi di lei, addirittura da cinque a dieci volte il suo peso. E nella cooperativa bisogna che chi può porti ben oltre la propria responsabilità. Ecco andare oltre, farsi carico l’uno dell’altro. E’ questo che proponiamo anche ai ragazzi con problemi penali: come ci diceva don Oreste ‘il limite dell’altro segna l’inizio della tua responsabilità'”.

Dopo il percorso di recupero alternativo al carcere, ci sono dei ragazzi che ricadono nel mondo della criminalità?
“Don Oreste diceva sempre che dobbiamo passare dalla certezza della pena alla certezza del recupero. Credo che sia qualcosa di veramente intuitivo. La persona che viene recuperata non è più pericolosa per la società. Le statistiche dimostrano che la recidiva per chi fa un percorso di recupero scende tantissimo, siamo sotto il 10 per cento. Mentre chi esce dal carcere, purtroppo, nell’80 per cento dei casi torna per gli stessi o per reati più gravi”.

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