Quella volta che don Benzi disse ai giovani: “Ribellatevi non potete fare la pace con il male”

ULTIMO AGGIORNAMENTO 18:23

Era un rivoluzionario, non era per le mezze misure. Quando vedeva un'ingiustizia lo gridava forte, non aveva paura di essere fischiato”. “Non era uno che cercava il consenso. Una delle sue frasi era: 'Non diciamo le cose perché ci devono applaudire, non stiamo zitti perché ci fischiano”. E' così che Alessio Zamboni e Nicoletta Pasqualini descrivono don Oreste Benzi, il fondatore dell'Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII, per il quale si chiuderà il prossimo 23 novembre, la fase diocesana della causa di beatificazione, il cui iter poi proseguirà a Roma, presso la ongregazione per le cause dei Santi. Alessio e Nicoletta, marito e moglie, membri dell'Apg23, entrambi giornalisti e direttore del periodico Sempre – fondato dallo stesso don Benzi – sono gli autori del libro “Don Oreste Benzi. Ribellatevi! Intervista a un rivoluzionario di Dio (Sempre editore). Il libro si apre con un inedito: una lunga intervista pubblica, trascritta per l’occasione, in cui don Oreste racconta davanti ad una platea di giovani gli episodi più significativi della sua vita, il perché delle sue battaglie, e rivolge loro un invito: “Ribellatevi, non potete fare la pace con il male!“. In Terris ha intervistato i due autori. 

Esce domani il vostro libro “Don Oreste Benzi. Ribellatevi! Intervista a un rivoluzionario di Dio” (Sempre Editore). Come mai avete scelto di scriverlo? Cosa vi ha spinto a farlo?
ALESSIO: “Nasce da un senso di gratitudine nei confronti di don Oreste. Più anni passano da quando ha lasciato questa terra, più ci rendiamo conto del grande dono che abbiamo avuto nel poterlo incontrare e nel poter condividere con lui l’esperienza giornalistica. Quel che più ci ha affascinato di lui, è stato il suo modo di vivere la fede, perché in lui vedevamo il Signore e l’opera dello Spirito Santo e come questi due elementi si potessero tradurre in un mondo nuovo. E poi l’esperienza particolare che abbiamo avuto, perché nel 1994, molto inaspettatamente, ci chiamò a condurre il giornale dell’Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII, Sempre. Ci colpì la fiducia in due giovani – questa era una sua caratteristica quella di affidare compiti di responsabilità a persone giovani – e poi ci ha dato l’opportunità di raccogliere dalla sua voce molte interviste. Da qui l’idea di raccoglierle e riproporle. Nel libro è don Oreste che parla, il nostro compito infatti, nel libro, non è stato raccontare don Oreste, ma è stato quello di ‘far dire a lui’ le cose belle, le cose importanti”.

Come mai avete scelto questo titolo? Perché “Ribellatevi”?
NICOLETTA: “Siamo stati colpiti dalle parole che ha detto, poco prima di morire, alla settimana dei cattolici a Pisa, quando ha detto ‘la gente si sente tradita tutte le volte che ripetiamo parole di speranza, ma non c’è l’azione. Cosa hanno lasciato i cattolici? Hanno lasciato la devozione, ma la devozione senza la rivoluzione non basta. Soprattutto le masse giovanili non le avremo più con noi se non ci mettiamo con loro per rivoluzionare il mondo’. Questa frase ci ha toccato tantissimo perché è stato interpretato come un testamento spirituale di questo sacerdote. In realtà andando a vedere e a spulciare le interviste fatte nel corso degli anni, abbiamo scoperto che era un motivo costante che accompagnava tutta la missione di don Oreste, tutta la sua visione del mondo. Non poteva esserci la carità senza giustizia. Questo lo abbiamo sentito come un forte richiamo per tutti noi e, soprattutto per i giovani. Ribellatevi perché abbiamo scoperto una vecchia audiocassetta che non avevamo mai trascritto ed era di un incontro pubblico di fronte a una platea di giovani, aveva raccontato se stesso, i suoi sogni, le sue aspirazioni,e proprio in quell'occasione disse ai giovani: 'Ribellatevi, non potete fare la pace con il male'. Un grande richiamo per tutti e soprattutto don Oreste non sopportava le ipocrisie e aveva capito che neanche i giovani le sopportavano, ma che avevano bisogno di qualcosa di forte, di azione. Era finito il tempo dell'ideologia, ma era tempo di agire, alla luce del Vangelo e della nonviolenza”.

Cosa avete provato quando avete saputo che si sarebbe aperta la causa di beatificazione per don Oreste?
ALESSIO: “Una gioia immensa di vedere riconosciuto quello che noi avevamo percepito fin dall'inizio. Noi abbiamo provato, possiamo essere testimoni che in lui si percepiva la presenza di qulacos'altro, si percepiva l'unità con Dio, per cui don Oreste affascinava, non solo per le sue doti personali che pure c'erano, ma perché vicino a lui si sentiva come, passatemi il termine, 'un campo energetico', sembrava davvero di poter affrontare ogni cosa e che nulla fosse impossibile. Noi la interpretiamo proprio come quest'unione profonda che aveva con Dio. Noi non lo abbiamo mai visto tentennare, preoccupato per le ingiustizie, per la sorte delle persone che aveva a cuore sì, ma mai abbattuto perché era riuscito ad avere quest'unione forte con il Signore. Una della frasi che più spesso ripeteva è quella di San Paolo che dice: 'Non sono più io che vivo, ma Cristo che vive in me'. Lui la proponeva agli altri, ma la viveva in prima persona. Il fatto che la chiesa abbia aperto la causa di beatificazione, ci ha dato molta gioia perché è una possibilità in più di presentare la ricchezza di questo sacerdote a tutto il mondo”. 

Quindi il suo “profumo di santità” si percepiva anche quando lui era vivo?
NICOLETTA: “Sì, noi ne siamo testimoni perché abbiamo avuto la gioia di potergli essere a fianco fin da giovani. Lui amava i giovani, non abbiamo mai sentito insoddisfazione o sfiducia nei confronti dei giovani, anzi cercava collaboratori giovani perché i ragazzi hanno una visione più pura della società non sono ancora impastati di teorie e giochi di potere, hanno ancora un sogno, un ideale da conquistare. Attraverso la sua visione, la sua presenza ci sembrava che questi ideali potessero essere realizzati”. 

Ci raccontate un aneddoto su di lui?
ALESSIO: “Sei la prima che ci fa questa domanda!!! Io l'ho conosciuto nel gennaio del 1983, in una casa per minori a Riccione. Don Oreste seguiva le accoglienze personalmente e veniva nella casa ogni 15 giorni per parlare con la responsabile. E mi ha colpito il fatto che lui mi ha voluto conoscere e si è fermato a parlare con me. Io all'epoca avevo parecchi dubbi di fede. Lui mi ha invitato a scriverli dicendo che poi la prossima volta ne avremmo parlato insieme. Si fermava a parlare con me e ho così avuto la possibilità di intrattenere questo dialogo personale. Lui non si negava e cercava di mostrarmi la presenza di Dio e io invece di mostrare il contrario. In realtà lui non è che mi ha dimostrato la presenza di Dio, ma me l'ha mostrata. Io sono uscito da questa esperienza non tanto convinto da quello che lui diceva, ma perché nel suo modo di fare mi ha fatto capire che lui percepiva questa presenza di Dio”. 

NICOLETTA: “Non so se è così particolare. Noi seguivamo don Oreste nella parte giornalistica, però eravamo alle prime armi e abbiamo sempre fatto questo mestiere con molta scomodità. Avevamo una casa famiglia, degli accolti e i nostri figli naturali. Eravamo a Roma per l'incontro dei movimenti, e con noi c'era i nostri figli che erano piccoli all'epoca, il terzo era in passeggino. E don Oreste ci ha portato con lui nella Sala Stampa del Vaticano, con tutti i figli al seguito. Ci ha fatto fare i pass, ci ha fatto passare i blocchi di controllo e siamo entrati in sala stampa, e tutti a farci i complimenti e soprattutto a fare un sacco di feste ai bambini. Abbiamo vissuto questa esperienza, con lui tutte le cose più strane erano possibili. L'unico rammarico è che spesso, fino a che non viene a mancare, non ci si rende conto di quanto sia speciale la persona che è al nostro fianco”. 

Qual è l’eredità che don Oreste ha lasciato alla Comunità?
NICOLETTA: “La responsabilità. Ossia, mentre prima avevamo lui che si esponeva in prima linea, che garantiva l'integrità della nostra vocazione come comunità che è quella di seguire gli ultimi condividendo la vita con loro, ora tocca a noi, non abbiamo più nessuno che ci fa da parafulmine. Dobbiamo essere noi stessi testimoni di questa eredità per le generazioni più giovani. Don Oreste ci ha affascinato perché abbiamo visto in lui questa speranza, abbiamo visto che questo mondo si può cambiare a partire da noi stessi, passo dopo passo, mettendo la nostra vita. Noi speriamo di essere testimoni di questo anche con gli altri. 

ALESSIO: “Don Oreste è unico, noi siamo il suo popolo, la sua famiglia. Se noi siamo credibili, il suo messaggio è ancora più forte. Quello che ci viene chiesto non è quello di essere perfetti, ma di fidarci di Dio”. 

Ascolta un estratto dell'intervista:

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