La prossimità che aiuta coloro che soffrono

Interris.it ha intervistato Miranda Pari, operatrice dell'Emporio della Solidarietà di Rimini

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Nel 2013, la Prefettura di Rimini, in risposta alla crisi socioeconomica strutturale, ha convocato un “tavolo anticrisi” con quattro gruppi tematici. Uno di questi ha lavorato sul contrasto all’impoverimento di molte famiglie residenti nel territorio da cui, grazie ad una collaborazione e sinergia tra gli attori istituzionali e le associazioni della Provincia di Rimini, nel 2016 – su impulso della Caritas – ha dato vita al primo Emporio Solidale del territorio dove le persone in temporanea difficoltà economica possono fare la spesa. Interris.it ha intervistato, in merito a questa esperienza, Miranda Pari, operatrice dell’Emporio Solidale di Rimini, da sempre impegnata in prima persona nell’aiutare coloro che versano in stato di bisogno.

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L’intervista

Come nasce e che obiettivi si pone l’Emporio della Solidarietà?

“L’Emporio della Solidarietà apre nel giugno del 2016, è un progetto di rete che coinvolge diverse realtà, tra cui la Caritas di Rimini, la Prefettura, la Asl, il comune di Rimini e tutti i comuni del distretto di Rimini Nord e dell’Alta Valmarecchia. All’interno del progetto ci sono tutte le associazioni del territorio, tra cui anche la Papa Giovanni XXIII, le associazioni di volontariato, le Caritas parrocchiali, le Acli, la Croce Rossa che hanno aderito a questa iniziativa. L’obiettivo principale del progetto è quello di creare un aiuto gratuito per le famiglie in difficoltà affinché le stesse possano superarle, accompagnarle nel periodo difficile della loro vita ove – se gli si toglieva il problema dell’approvvigionamento di cibo – potevano riuscire a destinare le loro forze ad altri ambiti, come ad esempio la ricerca del lavoro”.

In che modo aiutate coloro che si rivolgono a voi?

“Noi aiutiamo coloro che si rivolgono a noi con il cibo, in particolare con gli alimenti di prima necessità. Quando non c’era la pandemia l’Emporio era aperto e i colloqui si svolgevano direttamente con la famiglia, si poteva dialogare di persona e ci si conosceva meglio. Allo stato attuale – da circa due anni – i colloqui sono telefonici e, di conseguenza, la relazione diretta è un po’ venuta a mancare perché, senza contatto in prima persona, certe sensibilità non si percepiscono. Cerchiamo di aiutare le persone in questa maniera, diamo loro una tessera a punti che vengono calcolati in base ai componenti del nucleo familiare, ad esempio – se una persona è sola – ha cinquanta punti, se sono due ne hanno ottanta, tre ne hanno cento, quattro centotrenta e dalle cinque in su centocinquanta punti. Coloro che si rivolgono a noi possono scegliere di fare la spesa una, due o tre volte al mese avendo i beni di prima necessità a cui si aggiungono la frutta e la verdura che ci vengono donati dalla Regione Emilia-Romagna, magari c’è chi preferisce venire da noi più volte per avere la frutta più fresca piuttosto che una volta al mese. Noi cerchiamo di fare una spesa mirata in base alle necessità di ognuno, non facciamo un pacco standard ma chiediamo a loro cosa sono abituati a mangiare e di cosa necessitano”.

Quali sono i vostri auspici in materia di contrasto alla povertà?

“L’auspicio è principalmente quello di accorciare le distanze tra i bisognosi e coloro che donano, l’essere più prossimi e traghettare le famiglie in nuove prospettive, ossia direzionarle verso degli aiuti di cui le stesse non sono a conoscenza con l’obiettivo di dare la possibilità di vedere un futuro e una responsabilità personale. Noi cerchiamo di aiutare le persone ma, nello stesso tempo, diamo delle informazioni in merito a quello che possono trovare sul territorio per fare il modo che poi si mettano alla ricerca del lavoro in quanto – a volte – quando si è in difficoltà – non si ha più neanche la volontà oppure non si crede più nel fatto che si possa riuscire a trovare ancora un’occupazione”.

 

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