No di sindacati e associazioni all’abolizione del Cnel

ULTIMO AGGIORNAMENTO 17:06

L'abolizione del Cnel, come prevede in prima lettura la riforma costituzionale approvata in Commissione Affari Costituzionali del Senato, può restringere gli spazi di democrazia e di partecipazione delle parti sociali nel nostro Paese, che la Carta Costituzionale aveva previsto proprio a garanzia del ruolo indispensabile delle associazioni di rappresentanza nella vita democratica, bloccando anche il processo di autoriforma avviato per rafforzarne la funzione consultiva rispetto al Governo, alle Camere e alle Regioni”, si legge in un comunicato congiunto di Cgil, Cisl, Uil, Confindustria, Cia – Agricoltori Italiani, Confagricoltura, Confartigianato, Cna, Casartigiani, Confcommercio, Confesercenti, Confetra, Confitarma, Acli, Arci, Mcl e Compagnia delle Opere.  “Siamo convinti – prosegue il comunicato – che il Cnel possa svolgere un ruolo utile per il Paese nell’attuale contesto, in cui alle richieste di ampliamento della partecipazione popolare alla vita democratica si accompagnano istanze di coesione e giustizia sociali, che possono trovare risposte adeguate anche attraverso un rinnovato protagonismo dei corpi intermedi”. “La presenza nel Cnel di tutte le maggiori organizzazioni rappresentative dei lavoratori, delle imprese e del terzo settore – conclude il comunicato – lo caratterizza come strumento di proposta, confronto e dialogo sociale, così come peraltro garantito in tutti i Paesi dell’Unione Europea”. Con una certa cadenza, torna nel dibattito politico il tema della soppressione del Cnel, che doveva essere già abolito con il referendum sulla riforma costituzionale proposta da Matteo Renzi il 4 dicembre del 2016 ma che venne salvato dalla vittoria dei No. Nel testo si prevedeva l'abrogazione dell'articolo 99 della Costituzione, cioè quello con cui si regolamenta il Cnel, spiegando le sue funzioni e la sua composizione. “Il Consiglio nazionale dell'economia e del lavoro è soppresso”, si leggeva in particolare nel testo della riforma costituzionale, chiosa l’Agi.  

Costi e finalità

Dopo la vittoria dei No, il Cnel è rimasto in piedi. Eppure in campagna elettorale, il M5S aveva proposto il suo “funerale” tra i punti del programma Affari Costituzionali, spiegando che per eliminarlo fosse sufficiente una legge costituzionale di poche righe. Nessun cenno invece nel programma della Lega. Si tratta di un tema ormai ricorrente nella politica italiana e derivante dal fatto che il Consiglio Nazionale dell'Economia e del Lavoro viene considerato a tutt'oggi agli occhi dell'opinione pubblica un vero e proprio carrozzone di Stato, non essendo riuscito ad assumere la funzione che gli era stata assegnata, ossia quella di rappresentare una vera e propria cerniera tra interessi e istituzioni, tra economia e politica, evidenzia l’Agi. Una sorta di “pensatoio alto” che però fino al 2015 è costata al bilancio dello Stato e quindi dei contribuenti italiani, la bellezza di 19 milioni l'anno, sostiene il Sole 24 Ore che fa il calcolo della dotazione di fondi pubblici messi a disposizione per il suo funzionamento: dagli uffici del presidente e il consiglio di presidenza (500 mila euro) ai compensi per il portavoce e il personale di supporto più gli 80 dipendenti a tempo indeterminato di cui 7 dirigenti. Solo il costo annuo del personale vale 7 milioni di euro. A questa cifra poi vanno sommati i costi per i 64 consiglieri del Cnel e i due vicepresidenti. Ogni consigliere (tutti esponenti del mondo dell'associazionismo imprenditoriale e sindacale) percepisce un'indennità annua di 25 mila euro (41 mila i due vicepresidenti)., sottolinea l’Agi. Dal 2015, scrive il Fatto Quotidiano, le cose sono cambiate: consiglieri ridotti a 64 e il consuntivo di 8,7 milioni. Da quell'anno, come ha deciso la Legge di stabilità, sono state infatti cancellate tutte le indennità, i rimborsi spese e i soldi per le varie attività. La sua nascita risale a più di cento anni fa quando si chiamava Consiglio Superiore del Lavoro: dopo l'Unità d'Italia, erano stati infatti istituiti i Consigli Superiori in qualità di enti preposti ad aiutare da un punto di vista tecnico i responsabili dei vari dicasteri.

Le radici nella storia d’Italia

Erano stati Giuseppe Zanardelli e Giovanni Giolitti a dare impulso al nuovo organismo, un'assemblea nata nel 1903 che nel ventennio della sua esistenza svolse un ruolo incisivo nel promuovere leggi di forte impatto dal punto di vista sociale. Il Csl venne poi soppresso da Benito Mussolini. Dopo la caduta del fascismo, e con il cambiamento del quadro politico, venne a maturare la nuova Costituzione, che appunto all'articolo 99 prevedeva la nascita del Consiglio Nazionale dell'Economia e del Lavoro, visto come un organo ausiliario nei confronti del governo e del Parlamento, funzione svolta anche dalla Corte dei Conti e dal Consiglio di Stato. In particolare il Cnel rispondeva all'esigenza di stabilire un terreno di confronto nel quale l'economia e la politica avrebbero cercato motivi di unione e di comune agire. Il Cnel venne quindi istituito nel 1957, sotto la presidenza di Ruini. Ma una funzione più dinamica venne assunta da Piero Campilli, che cercò di conferire all'ente un ruolo più attivo. Tentativo che pure ebbe una certa riuscita negli anni Sessanta ma che poi spinse il Cnel ad un ruolo praticamente marginale tanto che nel 1977 Giulio Andreotti affidò all'ente il compito di autoriformarsi per cercare di dare un senso alla sua esistenza, ricostruisce l’Agi. La riforma giunse in porto nel 1986, ma venne considerato un tentativo a vuoto, visto che l'organismo non riuscì a riportare la sua attività agli obiettivi originari.

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