Morti bianche, il tragico primato italiano

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Parafrasando Cesare Pavese, in Italia lavorare non stanca, uccide. L’esplosione costata la vita a cinque operai in una fabbrica di fuochi d’artificio riaccende i riflettori sulla sicurezza nei luoghi di lavoro. In Italia il numero di infortuni supera la media europea e il primo “costo” ad essere stato tagliato per la crisi economica è stato proprio quello per la sicurezza.

Come un terremoto

Una scintilla da una saldatrice, o da un “flex”, ed è stato l’inferno: due esplosioni, la seconda “come un terremoto” hanno devastato mercoledì pomeriggio una fabbrica di fuochi d’artificio provocando la morte di 5 persone e il ferimento grave di altre due. A Barcellona Pozzo di Gotto, versante tirrenico della provincia di Messina, la ditta “Vito Costa e figli” produce fuochi d’artificio dagli inizi del 1900 e sulle colline della contrada Cavaliere-Femminamorta produce fuochi da decenni. Aveva subito in passato un altro grave incidente. In Terris ha messo a confronto rappresentanti del mondo sindacale e delle associazioni di tutela. “Quando ho ricevuto notizia dell’esplosione, è stata per me una sofferenza doppia – racconta a In Terris Lidia Borzì , presidente delle Acli di Roma e provincia -. Sono siciliana e la tragedia avvenuta in provincia di Messina me ne ha fatto rivivere un’altra analoga, nella quale persero la vita il padre e il fratello di una mia collega  e anche in quel caso si trattava di una fabbrica di fuochi d’artificio”. Il tema della sicurezza, “soprattutto quando si lavora con materiale altamente esplosivo”, è una “priorità trascurata” in Italia. Per fare una media, sono quasi tre croci al giorno. Di lavoro si continua a morire, e quest'anno va anche peggio. Le denunce di infortunio sul lavoro presentate all'Inail tra gennaio e luglio sono state 378.671, di cui 599 con “esito mortale”.

Questione di dignità

Le Associazioni cristiane dei lavoratori italiani richiamano l’attenzione sul tema della dignità del lavoro. “Per essere dignitosa un’occupazione deve essere retribuita e tutelata in modo dignitoso- afferma Lidia Borzì-. Le tutele devono esserci sia sotto il profilo previdenziale che della sicurezza. Non si può andare al lavoro e non tornare o tornare mutilati. Occorre stringere le maglie, vigilare di più nei cantieri, nei campi, nelle fabbriche”. E invece, “il tema del lavoro non sfonda e se ne parla solo quando accadono tragedie come quella nel Messinese, malgrado questa colpevole indifferenza il lavoro è la principale priorità nazionale”. Infatti, aggiunge la presidente delle Acli, solo “un lavoro dignitoso e sicuro consente una piena cittadinanza e una vita si relazione, ma la politica non riesce a cogliere la necessità di mettere al primo posto il lavoro, dal quale deriva la possibilità di creare una famiglia, di fare figli e di contrastare così l’inverno demografico nel nostro Paese”.

Salvaguardia negata

Le Acli, perciò, segnalano l’urgenza di mettere al centro la questione della prevenzione degli infortuni sul lavoro. “Conosco la disperazione di tanti piccoli imprenditori che ci dicono di non essere in grado di pagare sia i contributi sia gli stipendi dei lavoratori – evidenzia Lidia Borzì -. Descrivere questa realtà di fatto non significa giustificare alcunché, però bisogna aiutare a creare lavoro buono e vigilare perché purtroppo ci sono anche molti che se ne approfittano e sfruttano i lavoratori, soprattutto immigrati e in nero. Tanti infortuni non vengono neppure denunciati perché i lavoratori temono di perdere il posto. Il costo del lavoro in Italia è elevato e chi crea lavoro va supportato, ma di pari passo deve crescere la salvaguardia del lavoratore. Serve un salto culturale in termini di dignità previdenziale e di sicurezza sul lavoro”. Inoltre “vanno adeguati gli organici della pubblica amministrazione per consentire agli ispettori del lavoro di aumentare il numero di verifiche: c’è chi non ce la fa ad investire in sicurezza ma c’è anche chi se ne approfitta e il lavoratore non ha voce e per uno che minaccia di andarsene ce ne sono dieci pronti a subentrare”.  

Verifiche inadeguate

A puntare l’indice contro l’inadeguatezza delle verifiche è anche il presidente del Centro consumatori, Rosario Trefiletti. “Le fabbriche di munizioni e di fuochi d’artificio devono sempre essere in cima alla lista delle ispezioni da compiere – sottolinea a In Terris -. Un altro settore da monitorare costantemente è quello dell’edilizia. L’Italia è sempre stata indietro rispetto ai suoi partner europei nella sicurezza, dal 2008 in poi la situazione è stata aggravata da una condizione strutturata di crisi economica. Ad essere stata tagliata per prima è proprio la sicurezza dei lavoratori con il ricorso sistematico agli appalti al minimo ribasso”. In particolare, puntualizza Trefiletti, “nei cantieri edili il personale è anziano, in nero e inadeguatamente formato: si lavora più delle otto ore contrattuali e sulle impalcature salgono addetti che hanno le condizioni fisiche né la preparazione necessarie a lavorare in sicurezza”.

Salva-manager

Conteggiati anche i 167 morti nel tragitto casa-lavoro, sono in aumento del 2 per cento. Aumentano di quasi il 3 per cento anche le patologie di origine professionale, con 38.501 denunce. Nel 2018 le vittime sono state 703, oltre 1.450 se si considerano quelli “in itinere”. Più del 10 per cento sul 2017. Quelli dell'Inail sono dati parziali, che da soli non riescono a dare l'idea di quel che accade ogni giorno. Francesco Iennaco, 28 anni, aveva appena consegnato un pasto per Just Eat a Milano, poi ha perso mezza gamba sotto a un tram. Quello degli incidenti dei cosiddetti “rider” è un bollettino di guerra, che nessuno tiene. Non hanno tutele contrattuali, né un’assicurazione adeguata. “Dei morti sul lavoro si dà notizia con un trafiletto, una pagina nella cronaca locale. Ma di quel che capita dopo, che cosa succede alle famiglia, di chi sono le colpe, si parla poco o niente”, dichiara alla Stampa Marco Bazzoni, di professione metalmeccanico. Per missione, dà una mano ai parenti di chi non c'è più a districarsi tra trafile burocratiche e vicende giudiziarie difficili da districare. “Con ostinazione e perseveranza, prende carta e penna e scrive, a giornalisti e istituzioni- riferisce il quotidiano-. Quando si rese conto che molte delle vittime che conosceva non avrebbero ricevuto giustizia in virtù della norma che venne definita “salva manager”, lanciò una petizione. L’Europa diede il via a una procedura di infrazione nei confronti dell’Italia”.  

La revisione delle tariffe

Per finanziarie la revisione delle tariffe Inail, il governo ha attinto anche alle risorse destinate ai piani di investimento per la salute e la sicurezza nei luoghi di lavoro. Nel triennio 2019-2021 sono state tagliate per 410 milioni. Il provvedimento è stato criticato sia da sindacati e associazioni datoriali, preoccupati “per le ripercussioni negative sugli investimenti nei piani di formazione sulla sicurezza”. Nel biennio 2017-2018 l’incidenza di infortuni mortali è massima in agricoltura, costruzioni, industria mineraria, trasporti e magazzinaggio. Si muore soprattutto nel Meridione. Le denunce registrate a luglio dall'Inail registrano una leggera flessione al Nord (con l’eccezione della Lombardia), sono 10 in più dello scorso anno al Centro, 15 in più al Sud da 119 a 134, 12 in più nelle Isole. Muoiono i lavoratori italiani, sempre di più quelli extracomunitari: da 64 a 71. Quando l'economia è in crisi, si muore ancora di più. E’ matematico. Secondo l’Osha, l'Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro, l’uso di più contratti di lavoro precari, la tendenza verso una produzione snella e il ricorso all’outsourcing (cioè l’uso di imprese esterne per svolgere il lavoro) incidono negativamente sulla sicurezza nei luoghi di lavoro. “I lavoratori con contratti precari tendono a svolgere i lavori più pericolosi a lavorare in condizioni peggiori e a ricevere meno formazione in materia di salute e sicurezza sul lavoro”, attesta il report. Il presidente dell’Istat, Massimo De Felice ha presentato  l’”algoritmo della sicurezza”: una sorta di bollino blu per le imprese virtuose con un basso indice di infortuni e un alto livello di sicurezza. Un’infinità di denunce, appelli e propaganda segue la notizia di ogni morte per poi sfumare nel silenzio.  Se la vita nella cava può essere intesa come emblematica dei pericoli sul lavoro, la panoramica nazionale che riguarda tutte le attività continua ad offrire numeri allarmanti: tre morti bianche al giorno in media. A gennaio 2018 salgono del 14,8 per cento le malattie professionali. Nel 2017 sono state presentate all’Inail, l’Istituto nazionale assicurazione Infortuni sul lavoro, 635.433 denunce di infortuni.

I settori a rischio

Le vittime sono state 1.029, con un incremento di 11 casi, l’1,1 per cento, rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Più morti, perché sono cresciuti gli incidenti multipli, quelli costati la vita a più lavoratori. Settori a rischio: l’edilizia, l’autotrasporto, le fabbriche. Anche l’agricoltura, che continua a essere la bestia nera delle classifiche. “Ci sono più vittime negli incidenti con i trattori agricoli nei campi che sull’intera rete autostradale – precisa La Stampa -. Delle tragedie, di solito, si parla per qualche giorno. Poi il ricordo viene assorbito nell’interminabile sequenza degli articoli di cronaca, cristallizzato negli archivi. Poche, pochissime, le tracce dei racconti di chi, in prima persona, vive ogni giorno la realtà dei mestieri e delle professioni più critiche”. Tra le professioni più pericolose, c’è quella dell’autotrasportatore. A rischio soprattutto chi trasporta cisterne Adr, l’acronimo che si riferisce all’accordo europeo sui trasporti di merci pericolose: gas, prodotti corrosivi e tossici, acetone, basi di cianuro”.

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