Mattarella ricorda il generale Dalla Chiesa: “Non credeva alla mafia invincibile”

ULTIMO AGGIORNAMENTO 10:51

Un uomo con idee originali, determinato e con un profondo senso etico. Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella sceglie queste parole per tratteggiare la figura del generale Carlo Alberto dalla Chiesa nel giorno del trentasettesimo anniversario della sua morte. Erano circa le 21 del 3 settembre 1982 quando una Bmw affiancò l'Autobianchi A112 dove viaggiavano il generale dell'Arma dei carabinieri e la moglie, Emanuela Setti Carraro, che era alla guida. La coppia venne uccisa a colpi di kalashnikov e venne eliminato così anche l'uomo della scorta, Domenico Russo, che li seguiva in un'altra macchina.

Il ricordo

È particolarmente sentito il messaggio di Mattarella, che ha visto suo fratello Pier Santi cadere sotto i colpi di Cosa nostra il giorno dell'Epifania del 1980. “Rinnovo l'omaggio commosso del Paese e mio personale alla memoria del Prefetto Carlo Alberto Dalla Chieasa, della Signora Emanuela Setti Carraro e dell'agente Domenico Russo, vittime della barbarie mafiosa”. Il generale, continua il capo dello Stato “rifiutava il mito dell'invicibilità della mafia” ed era mosso da una “determinazione, sorretta da un profondo senso etico e istituzionale” che si “è tradotto in metodi di lavoro e modelli organizzativi originali. Il suo sacrificio è stato il seme di una forte reazione civile”. Il Presidente poi dedica una parte del suo ricordo alle persone che erano con Dalla Chiesa, la moglie e l'agente: “Il loro esempio di coraggio e generosa dedizione è comune a tanti uomini e donne che anche oggi, per motivi familiari o professionali, coscientemente condividono i rischi e le preoccupazioni di chi è esposto a tutela della libertà, delle legalità e della giustizia”.

Le condanne

Dalla Chiesa, l'uomo che aveva sconfitto le Brigate Rosse ed aveva fondato il Nucleo Speciale Antiterrorismo era stato nominato prefetto di Palermo a maggio dello stesso anno, ma senza che gli venissero mai conferiti i poteri di cui sosteneva avesse bisogno per combattere la guerra contro la mafia. Dopo appena quattro mesi dall'incarico, ha incontrato la morte per mano della criminalità organizzata dell'isola un venerdì sera in via Isidoro Carini. Per la sua morte furono condannati al'ergastolo come esecutori materiali Antonino Madonia e Vincenzo Galatolo. Come mandanti, spettò l'ergastolo anche ai boss Bernando Provenzano, Michele Greco, Salvatore detto “Totò” Riina, Pippo Calò, Nenè Geraci e Bernando Brusca. Ma non tutti i dubbi sulla sua morte sono stati diradati, come esprime anche la sentenza della magistratura: “Si può senz'altro convenire con chi sostiene che persistano ampie zone d'ombra, concernenti sia le modalità con le quali il generale è stato mandato in Sicilia a fronteggiare in fenomeno mafioso, sia la coesistenza di specifici interessi, all'interno delle istituzioni, all'eliminazione del pericolo costituito dalla determinazione e dalla capacità del generale”. Ancora più netto era stato il capo cosca di Cinisi Gaetano Badalamenti, che avrebbe detto a Tommaso Buscetta: “Lo hanno mandato a Palermo per sbarazzarsi di lui”.

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