Lo sconcertante Monopoly dei papponi

ULTIMO AGGIORNAMENTO 13:16

Sarebbe in vendita un gioco da tavola in cui vince il “pappone” che monopolizza il mercato della prostituzione coatta. Non posso tacere di fronte a una notizia così aberrante. Devo parlare a nome di tutte le vittime della tratta che non hanno voce. Mi scorrono davanti agli occhi i volti terrorizzati e persino mutilati e sfregiati delle ragazze sfruttate e martirizzate dagli sfruttatori che di notte soccorriamo nelle strade con l’ambito anti-tratta della Comunità Papa Giovanni XXIII. Irridere una tragedia personale e sociale come il mercimonio coatto, anzi farne addirittura il tema per un gioco destinato ai bambini è un sacrilegio contro le “ostie viventi” , le “donne crocefisse” alle quali papa Francesco ha rivolto parole e gesti di forza e limpidezza evangelica, arrivando a chiedere perdono a nome dei cristiani che concorrono a questo vergognoso traffico di esseri umani innocenti.

Farsi portavoce di chi non ha voce

Lo stesso inventore del gioco in cui vince il bambino che si dimostra un “pappone” più efficiente degli altri ne vorrebbe commercializzare un altro nel quale ognuno può crearsi una religione a propria libera scelta. Se protesto è perché c’è chi non può farlo. Eccole, dunque le croci viventi. Anna, morta di Hiv dopo aver ricevuto la carezza di Giovanni Paolo II nel Giubileo del 2000 accompagnata sul sagrato di San Pietro da don Oreste Benzi. La carezza del Papa arriva ancora oggi a tutte le nostre “sorelline” che accogliamo ogni giorno. Quando scelsi Anna tra le decine di ragazze per il baciamano al Pontefice vidi illuminarsi i suoi occhi divenuti splendenti come le stelle che brillano in cielo quando preghiamo con loro e per loro sui marciapiedi.

Non si scherza con la dignità umana

Blessing, una notte la avvicinai scorgendo che nascondeva la mano sotto il giacchettino. Nel chiedergli il motivo del suo pianto ininterrotto mi mostrò la destra che grondava sangue. Così alla mia insistenza sulle cause di quella emorragia rispose che era stato l’ultimo cliente. Dopo averla pagata per la prestazione sessuale le bloccò il braccio incastrandole la mano nella portiera della macchina per riprendersi il denaro e scappare. A quel punto mi confidò anche di essere incinta e così la convinsi a venire con me al pronto soccorso. Non potrò mai dimenticare la frase che mi rivolse il medico di guardia appena mi vide con quella ragazza: “Questa è una prostituta?”. Io non risposi. Poi incalzò per provocarmi: “E lei chi sarebbe, il suo salvatore?”. A quel punto fissando intensamente il suo sguardo gli replicai: “io sono uno come lei, chiamato a fare il proprio dovere…gli dia un po' di ghiaccio perché ha dolore”. Infine, la terza “ostia vivente”: Maria. Una notte la avvicinai sulla strada rivolgendole una serie di domande: “Perché sei qui?, lo sanno i tuoi genitori che ti prostituisci?, tu credi in Dio?, quanto soffri?, perché non vieni via con me?”. Questi, ed altri simili, sono gli interrogativi che indirizzo alle schiave della prostituzione.

Il dovere di educare

Quesiti opposti a quelli dei clienti che chiedono solo solo “quanto vuoi?”. Quella notte Maria scoppiò a piangere dinanzi a un semplice prete in tonaca. Quando gli chiesi cosa avrebbero fatto i suoi genitori qualora avessero saputo che era finita in strada, lei mi rispose: “verrebbero immediatamente a prendermi”. E io: “Questa notte il Signore ha risposto alle loro preghiere e anche alle tue, mandando me a prenderti”. Poi ho aggiunto in albanese: “Non aver paura, vieni via con me” (mos ki frik hajde me mua). A qualche giorno dalla sua liberazione scoprì di aspettare un bambino. Per tutto questo, per tutte le croci viventi che soccorriamo in strada da tanti anni gridiamo sconcerto e amarezza per chi trasforma una piaga sociale in un gioco da tavola. Questo grido di allarme si propone di raggiungere in primo luogo quelle agenzie educative, come la famiglia, la scuola e la parrocchia, che in questi anni di crisi sociale e culturale stanno affrontando il mare in tempesta del terzo millennio globalizzato. I genitori e tutti gli educatori vigilino sui giochi dei bambini. Giocare significa anche educare, non indirizzare sulla strada del male. Quando il gioco diventa un’iniziazione alla mentalità del profitto, dello sfruttamento altrui, della banalizzazione della sacralità della vita allora non stiamo più parlando di giochi che per loro natura devono essere sempre innocui e pedagogici per far crescere l’individuo e non per spingerlo verso la mentalità dell’asservimento e della violenza

 

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