La strana partita del voto ai sedicenni

ULTIMO AGGIORNAMENTO 10:23

Nei giorni scorsi il primo a proporre, durante un comizio in una piazza gremita di giovani militanti, l’allargamento del diritto di voto ai sedicenni era stato il leader della Lega, Matteo Salvini. Poi subito dopo, in un’inedita convergenza trasversale di intenzioni messe nero su bianco in dichiarazioni pubbliche e in interviste ai giornali, l’ex premier Enrico Letta e il capo politico dei Cinque Stelle, Luigi Di Maio hanno quasi in contemporanea rilanciato l’idea di estendere ai minorenni la possibilità di eleggere i rappresentanti istituzionali a livello nazionale e locale.

Effetto Greta

Si tratta probabilmente di una conseguenza indiretta dell’effetto Greta, cioè nel momento in cui una sedicenne mobilita a livello globale milioni di persone attorno a un programma ecologista, la classe dirigente è più o meno inconsapevolmente indotta a riflettere su un abbassamento di fatto della maggiore età. Non si capisce però, sottolineano diversi osservatori, perché, a diritto di voto concesso ai sedicenni, non si dovrebbe ragionare su una complessiva modifica dell’intero impianto normativo. Altrimenti non si comprende perché a sedici anni si possa esprimere il voto per concorrere alla formazione dei principali organismi costituzionali, ma non si possa firmare da soli il libretto delle giustificazioni a scuola, guidare la macchina o rispondere penalmente delle proprie azioni. I mass media, sull’onda dei consensi riscossi dall’esternazioni pro-teenager di diversi esponenti politici, si sono affrettati a commissionare sondaggi e inchieste giornalistiche per vagliare la praticabilità della strada indicata e anche per analizzare se i coetanei di Greta siano veramente interessati all’elettorato attivo, se lo considerino un diritto opportunamente conferito o se guardino alla cosa pubblica con sostanziale disinteresse e scetticismo.

Il modello austriaco

La proposta di far votare i sedicenni è giusta o no? Sono sufficientemente preparati? E i programmi politici migliorerebbero? Su Famiglia Cristiana l'opinione dell'economista Luigi Campiglio e dello psicoterapeuta Alberto Pellai. Di estendere il diritto di voto ai sedicenni si discute da almeno un secolo. Nel 2004 è stato il professore Luigi Campiglio, docente di Politica economica all’Università Cattolica di Milano, di cui è stato anche prorettore vicario dal 2002 al 2010, a lanciare la proposta durante un congresso delle Acli, che la inserirono nelle sette proposte per l’agenda politica del Paese. “Il tema”, spiega Campiglio al settimanale dei Paolini, “non va banalizzato, perché da questo dipende il futuro dell’Italia. Nei sistemi democratici votare o non votare è un segnale diretto o indiretto degli interessi che si vorrebbe fossero rappresentati dagli eletti. Oggi i minorenni sono senza voce. In Austria, per esempio, è da anni che gli under 18 votano. Io sono favorevole per due motivi”. Il professore, spiegando la sua posizione, fa una distinzione tra rappresentatività con l’anima e rappresentatività senz’anima: “Nel primo caso, il politico chiede al ragazzo di dargli il suo voto e basta: è un rapporto dove il voto è un mero strumento che obbliga il politico a preoccuparsi del suo bacino elettorale. Nel secondo, non solo lo riconosce come elettore, ma anche come persona umana con le sue esigenze e idee da rappresentare e che incide sull’agenda politica di chi siede in Parlamento”. Per spiegare meglio il concetto, Campiglio cita a Famiglia Cristiana il filosofo ed economista John Stuart Mill che, a metà Ottocento, intervenne sulla questione del suffragio, all’epoca interdetto alle donne: “Dare voce politica a chi non ce l’ha obbliga il politico a tenere conto degli interessi di breve e lungo termine di chi potrebbe votarlo”.

Marketing elettorale

Far votare i sedicenni comporta più rischi che opportunità». È l’opinione di Alberto Pellai, psicoterapeuta dell’età evolutiva. Il motivo? “La totale impreparazione con cui i ragazzi verrebbero avvicinati a questa esperienza”, evidenzia a Famiglia Cristiana. Secondo Pellai, infatti, “se uomini e donne si sentono sempre più distanti da chi eleggono, per gli adolescenti la distanza con i politici di turno potrebbe addirittura rivelarsi siderale. Nessuno si occupa di formare a una coscienza civile, quindi anche politica, i giovanissimi. Lo spettacolo che la classe politica ha dato di sé in questi anni è stato così diseducativo e poco esemplare che, noi genitori per primi, non abbiamo né voluto né desiderato che i nostri figli ne sapessero qualcosa di partiti e uomini di governo. Questo è un tema che non compare mai nelle conversazioni di famiglia e che la scuola stessa tiene lontano, probabilmente impaurita dal fatto che le famiglie potrebbero definire indottrinamento ciò che invece è la formazione dei cittadini del futuro”. L’altro motivo per cui Pellai è contrario alla proposta è il marketing elettorale che ne potrebbe derivare: “Si aprirebbe un gioco finalizzato a raccogliere voti e consensi, non a rendere davvero i contenuti a misura di adolescenti”, sottolinea al quotidiano dei Paolini, “temo che di fronte all’apertura al voto dei giovanissimi, alcuni partiti politici invaderebbero il mondo del web e i canali social più frequentati dagli adolescenti, mettendo in atto una strategia di marketing finalizzata a carpirne il consenso. Vincerebbero probabilmente i simpaticoni, i bulli, i tronisti, gli slogan più trash, ma capaci di fare tendenza”.

 

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