“Io, italiana a Wuhan, vi spiego perché sono rimasta in Cina”

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Fede e ragione. Preghiere e raziocinio scientifico. Sono i due piani del racconto che la veterinaria Sara Platto, ultima italiana rimasta a Wuhan, affida a Interris.it. Nelle sue parole un legame solidissimo unisce razionalità e devozione. A partire dalla più intima radice: quella familiare. “Provengo da una famiglia profondamente cattolica”, spiega.

 

Com’è l’emergenza coronavirus in Italia vista da Wuhan?
“Gli italiani si stanno spaventando a causa dell’allarmismo alimentato in modo irresponsabile dalla grande maggioranza dei mass media. Sono indignata per questo comportamento realmente inqualificabile”.

Quali sono stati a suo parere gli effetti?
“Il sistema Italia, nel suo insieme, ha perso un mese di tempo criticando la crisi per la gestione dell’epidemia invece di prepararsi alla gestione di un’emergenza che sarebbe evidentemente arrivata”.

Come si vive nell’epicentro di una pandemia?
“All’inizio lo spavento qui è stato grande e giustificato. Di questo virus non si sapeva nulla né si conoscevano gli effetti, in assenza di un farmaco specifico.  A distanza di un mese, man mano che conosciamo meglio il coronavirus, l’attenzione resta molto alta ma senza panico di massa. Qui a Wuhan abbiamo visto che si tratta di un virus con un’altra infettività e che le modalità di trasmissione sono le stesse dell’influenza. Ma per la mia formazione scientifica sono voluta andare oltre”.

Cosa ha scoperto?
“Innanzi tutto che è utile studiare le vie di trasmissione di altri coronavirus che si sono manifestati in passato. L’influenza provoca ogni anno centinaia di migliaia di morti. Negli Stati Uniti, secondo i dati ufficiali, ci sono stati, dal 2018 al 2019, 71 mila decessi per la sola influenza. A Wuhan l’indice di mortalità per il coronavirus non ha mai superato il 3%, quindi è inferiore a quello della Sars”.

Come è cambiata in un mese la gestione dell’emergenza in Cina?
“Finora non disponevamo di un’informazione specifica, ora sì e sappiamo che il problema riguarda principalmente persone anziane affette da altre patologie. E’ un virus che dipende molto dalle condizioni del sistema immunitario. Nella grande maggioranza dei casi, i sintomi sono lievi. Un raffreddore come in una sindrome influenzale. Un sistema immunitario sano supera il coronavirus. La sintomatologia varia a seconda dei casi”.

Perché l’Italia è sotto gli occhi del mondo per l’alto numero di contagi?
“In Italia c’è stata una mancanza di informazione tempestiva da parte delle autorità. Soprattutto da parte dei mass media c’è stata una rappresentazione allarmistica e irreale della situazione. Si è descritta la Lombardia come se fosse Wuhan. In Italia siete lontanissimi da come ci siamo ritrovato noi qui a Wuhan”.

Cosa la sorprende?
“Non mi capacito del motivo per il quale l’Italia, pur sapendo che quella provocata dal coronavirus è un’emergenza globale, non si sia attrezzata per tempo. Possibile che a nessuno in Italia sia venuto in mente di fare il tampone a chi si presentava al pronto soccorso con sintomi influenzali? Perché non si sono fatti subito controlli specifici, considerato che l’emergenza planetaria si era già manifestata? Non serve a nulla allarmarsi. Il panico è il pedaggio di qualunque virus, ma per impedirlo servono razionalità e organizzazione”.

Cosa consiglia di fare ora ai cittadini italiani?
“La qualità generale del sistema sanitario italiano è molto elevata. Se una persona presenta sintomi influenzali, è ragionevole farsi fare un tampone. I controlli sono il primo passo. Qui a Wuhan tante persone si sono ammalate, sono state curate e sono guarite. Le raccomandazioni da seguire sono semplici e di puro buonsenso: lavarsi spesso le mani, stare attenti a non frequentare luoghi di grande affollamento”

Quali sono le differenze tra la Cina e l’Italia nel modo di fronteggiare l’epidemia?
“A Wuhan stiamo vivendo una situazione di emergenza, ma qui nessuno andrebbe a svaligiare i supermercati come è successo a Milano. E qui abitano 11 milioni di persone. Basta stare attenti e limitare i contatti, senza incorrere in esagerazioni irrazionali e ingiustificabili”.

Perché è rimasta a Wuhan?
“Io vivo a Wuhan e ho deciso di rimanere qui anche nel momento più allarmante dell’epidemia. All’inizio ovviamente ero spaventata anch’io. Ma sono una scienziata e di fronte a un virus nuovo, ho cercato di capire che tipo di virus fosse e quali complicazioni potevamo aspettarci. Ho cercato di fare, a menta fredda, una valutazione del rischio il più possibile obiettivo. Ho valutato che se fossi tornata in Italia, il rischio per me e per mio figlio sarebbe stato maggiore, durante il trasporto e il viaggio verso l’Italia. A casa mia, in un ambiente tutelato, posso controllare meglio il rischio”.

Con quali conseguenze?
“Io e mio figlio siamo chiusi in casa da 33 giorni e ovviamente non è facile dover vivere così. Consiglio agli italiani di essere razionali. Se vi viene la febbre, avete la fortuna di avere una sanità che funziona. Occorre farsi controllare e fare il tampone. Niente panico, quindi, in Italia ci sono strutture ospedaliere adeguate per fronteggiare il coronavirus e per superare l’epidemia. Quasi tutti i decessi sono di persone anziane con altre complicazioni di salute”.

Quanto la aiuta la fede?
“Molto. Mia nonna Angela Domenica Gatta è sempre stata una fervente devota di San Giovanni XXIII e, ogni anno, finché ha avuto la salute per farlo, si recava in pellegrinaggio nella Bergamasca, a Sotto il monte, nella casa natale di papa Angelo Roncalli. Ricordo negli anni Settanta i dischi di mia nonna che giravano in casa con le ballate sul Papa buono. Mia nonna faceva ascoltare a mia madre e a me la registrazione dei suoi discorsi più belli, come quello in cui chiedeva ai genitori di portare a casa ai loro bambini la carezza del Papa. Mia nonna lo pregava ogni sera come se fosse già santo. Oggi lo prego anche io affinché giunga la sua protezione dall’epidemia. C’è bisogno di preghiere per ricevere una mano del cielo”.

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