“Il nuovo femminismo è ridicolo, ecco perché”

ULTIMO AGGIORNAMENTO 12:40

Altro che mimose e cioccolatini, da qualche anno per alcuni gruppi di femministe l’otto marzo è diventata occasione di sfoggio triviale. Due anni fa, un drappello di costoro ha esibito le parti intime alzando la gonna sulla scalinata dell’Altare della Patria, a Roma, monumento dedicato al sacrificio dei soldati italiani morti in guerra. È forse l’episodio più irrispettoso, ma non l’unico che si è consumato negli ultimi tempi, da quando il femminismo ha conosciuto una fase di esacerbazione. Ed ha conosciuto anche – secondo la giornalista e scrittrice Laura Tecce, che al tema ha dedicato il libro “Femministe 2.0” (ed. Il Giornale, 2018) – un’inclinazione verso una sua forma “intersezionale”. Di cosa si tratta ne parla in un’intervista rilasciata ad In Terris alla vigilia di un nuova festa della donna e, chissà, forse di una nuova performance di femministe di cui faremmo volentieri a meno.

Cosa distingue il “femminismo 2.0”, che tu definisci talebano, da quello degli anni della contestazione?
“Negli anni ‘60 il femminismo aveva una ragione d’essere, perché le donne ricoprivano un ruolo talvolta anche subalterno all’uomo o comunque marginale in molti ambiti. C’erano dunque delle conquiste da fare. Oggi, a mio avviso, continuare a parlare di femminismo ha poco senso, soprattutto quando gli obiettivi da perseguire sono farsi chiamare ‘avvocata’ anziché ‘avvocato’ oppure ‘presidenta’ al posto di ‘presidente’. Mi sembra che le nuove femministe sbaglino bersaglio: se la prendono con le nostre tradizioni occidentali per questioni marginali e ridicole come quella terminologica appena descritta salvo poi alcune di loro assecondare società che impongono il velo facendosi fotografare loro stesse con il velo addosso. Ma non solo: avendo le donne d’oggi molte meno pretese da avanzare, si fanno interpreti di altre istanze”.

Ad esempio?
“La nuova frontiera è quella che nel mio libro chiamo ‘femminismo intersezionale’: non si sono più diritti civili da rivendicare per le donne e allora si abbracciano battaglie d’altro tipo, in favore degli immigrati, dei gay, delle lesbiche, contro un fascismo che esiste solo nelle loro teste. Ecco allora che i loro nuovi slogan diventano frasi del tipo ‘migranti non lasciateci da sole coi fascisti’ o frasi con concetti simili ma più volgari”.

Tu sei anche sociologa: come spieghi questa deriva, nei toni almeno, del femminismo 2.0?
“È dovuta a quanto spiegavo prima: non avendo più argomenti, per far sentire la propria voce il vuoto di contenuti viene colmato da slogan violenti”.

Non credi che ci siano ambiti in cui le donne vengono ancora oggi discriminate?
“Non credo. Ad esempio si parla molto di ‘gap salariale’, ma ritengo si tratti di un falso problema. Esiste effettivamente una mancanza nel mondo del lavoro in Italia, ma è una mancanza di meritocrazia, che colpisce uomini e donne indistintamente. E ciò che a me dà fastidio è questa contrapposizione tra i sessi che distoglie dalla questione reale che andrebbe affrontata, cioè consentire a tutti – uomini e donne – di ricoprire determinati ruoli a prescindere se si faccia parte o meno di gruppi di potere”.

Il “mee too” ha contribuito ad alimentare questa contrapposizione?
“Senz’altro. Non nego che possano esserci delle violenze, anche psicologiche, da parte di chi ha ruoli di potere nei confronti dei sottoposti, ma torno al punto di prima: si tratta di un’ingiustizia che colpisce donne e uomini. Il ‘mee too’, basato spesso su accuse derivate da semplici approcci, ha finito per creare un clima inquisitorio, di sospetto, di demonizzazione verso il maschio bianco eterosessuale: si è generata una ‘caccia alle streghe al contrario’, che ha persino spinto alcuni capi a rinunciare a prendere l’ascensore con una dipendente per paura di essere poi denunciati”.

Non credi sia contraddittorio che le femministe, le quali si ammantano di elevare la figura della donna, sostengano l’indifferentismo sessuale? Penso agli striscioni con l’asterisco che sostituisce la vocale finale di un aggettivo, quello determinante il genere femminile o maschile…
“Per me è una contraddizione, un corto circuito, per loro evidentemente no e giustificano questo atteggiamento affermando di battersi in favore delle minoranze. Penso, piuttosto, che la vera discriminazione sia quella che certe femministe fanno nei confronti delle donne demonizzate in quanto belle: sostengono che la pubblicità, ad esempio dei reggiseni, strumentalizzi il corpo delle donne. Ma fare la modella è una libera scelta. O forse lo slogan ‘il corpo è mio’ vale solo quando lo decidono questi gruppi?”.

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