“Evelyn voleva la libertà e i suoi sfruttatori l’hanno uccisa”

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Non sapevamo neanche il suo nome, la riconoscemmo dalla collanina al collo”. La giovane nigeriana Evelyn Okodua, vittima della tratta a scopo di prostituzione coatta, è stata uccisa a Senigallia il 26 febbraio 2000 dai suoi sfruttatori. L’ex questore della provincia di Pesaro-Urbino, Italo D’Angelo ha ricoperto funzioni direttive alla squadra mobile di Ancona e nella Criminalpol per le Marche. Ha indagato sull’omicidio di Evelyn Okodua, vittima della tratta finalizzata al mercimonio coatto, avvelenata in una frazione di Senigallia dove ancora oggi prolifera il mercimonio schiavizzato.

La soffiata della madame

La criminalità organizzata non ha pietà verso le donne innocenti che vogliono liberarsi dai loro spietati schiavisti. La causa del delitto della giovane nigeriana fu proprio la volontà di uscire dal giro della prostituzione a cui i suoi aguzzini si sono opposti ferocemente. Evelyn, dieci giorni prima della sua barbara uccisione, aveva chiesto aiuto a don Oreste Benzi e a don Aldo Buonaiuto che l’avevano soccorsa in strada durante il servizio anti-tratta della comunità Papa Giovanni XXIII. Il suo corpo straziato fu ritrovato in un fosso, in mezzo a una sterpaia. “Incontrammo a Cesano, una frazione di Senigallia, questa ragazza di colore e la avvicinammo con don Oreste Benzi e don Aldo Buonaiuto – racconta a In Terris Italo D’Angelo -. Dopo qualche giorno telefonò ai due sacerdoti, ma commise l’errore fatale di dire a qualche sua amica che stava scappando e la madame avvertì l’organizzazione criminale che la fece sparire. Per noi all’inizio era normale, perché i clan spostano le vittime della tratta come merce da un luogo all’altra per disorientarle. Poi però la ritrovammo morta in un fossato, come una bambola rotta”. I dettagli sono strazianti e rivelano un’agonia tremenda.

Abbandonata in una cella frigorifera

“Su tutto il corpo aveva segni di bruciature – puntualizza D’Angelo -. Aveva subito torture per farla parlare e poi era stata uccisa con il cianuro agricolo. L’hanno uccisa in questo modo tremendo. Non aveva documenti ma solo una catenina d’oro con una croce. Nei giorni successivi al ritrovamento del cadavere, nessuno la voleva. E’ stata per mesi in una cella frigorifera dell’obitorio finché don Aldo non ebbe l’idea di farle funerali solenni nella cattedrale di Senigallia. E il vescovo Giuseppe Orlandoni non solo diede il permesso, ma volle celebrare lui le esequie e don Benzi fece un’omelia memorabile, dai toni accesissimi”. Al funerale c’erano tutte le autorità locali (prefetto, questore, sindaco) e don Benzi pronunciò un atto di accusa fortissimo nei confronti delle istituzioni. “Non ce l’aveva con le autorità lì presenti al funerale ma le sue parole furono uno shock – rievoca D’Angelo -. Disse: 'Queste ragazze sono vostre figlie e permettete che muoiano sulle strade'”. Purtroppo a distanza di quasi vent’anni, “la situazione non è cambiata”, sottolinea D’Angelo, “si fanno operazioni di polizia ma manca ancora la legge che serve e cioè quella che punisce la domanda. Ho avuto modo di dirlo anche a senatori e deputati intervenendo nella Sala Aldo Moro. Ora si celebra la giornata per la violenza sulle donne ma si sente riecheggiare, anche da parte di alcune donne, che la prostituzione è il mestiere più antico del mondo e che non si può fare niente per impedirlo. In realtà le cose non stanno così”.

I bastoni tra le ruote ai clan

A questo punto serve un passo indietro per inquadrare la tragedia di Evelyn Okodua. “Con l’aiuto di Don Oreste e don Aldo abbiamo inaugurato un nuovo modo di fare polizia: andavamo insieme sulle strade della prostituzione coatta – ricostruisce D’Angelo -. Don Benzi e don Buonaiuto volevano portare via le ragazze dalle strade per liberarle dai loro aguzzini, noi come forze di polizia volevamo scoprire chi le sfruttava. Da capo della squadra mobile e della Criminalpol nelle Marche sperimentai come questo loro atteggiamento li rendesse invisi alle organizzazioni criminali e in alcune intercettazioni alcuni sfruttatori di vittime della tratta si lamentavano del 'sacerdote anziano' e del 'sacerdote giovane' che mettevano i bastoni tra le ruote ai clan”. Prima di allora le ragazze erano considerate prostitute e le forze dell’ordine facevano “retate senza capire che erano vittime del mercimonio coatto”, precisa D’Angelo. “In una retate due ragazze fuggirono e furono investite, una da un’automobile un’altra finì sotto il treno morendo”.  Con il cambiamento del modo di operare “le ragazze si dimostrarono utilissime per disarticolare le organizzazioni criminali”. Il mutamento più significativo fu che “le ragazze per fiducia verso i due sacerdoti cominciarono ad avere fiducia anche delle forze dell’ordine”. Ora una nuova vicenda riguarda Evelyn Okodua.

“Le nostre sorelline”

“In tutta Italia abbiamo ricevuto approvazioni per porre un ceppo commemorativo laddove la criminalità organizzata ha trucidato donne innocenti che volevano liberarsi dai loro spietati schiavisti – afferma don Buonaiuto -. Sono rimasto stupito di aver letto proprio dalle cronache di Senigallia l’equiparazione della tragedia sociale della tratta ad una provocazione. E soprattutto mi ha addolorato l’appellativo di 'prostituta', dato spregiativamente ad una vittima delle organizzazioni criminali che schiavizzano esseri umani innocenti”. Perciò il sacerdote di frontiera della comunità Papa Giovanni XXIII sottopone adesso all’attenzione di tutti alcune considerazioni. “Innanzitutto, come ci ha ricordato più volte Papa Francesco, qualificare una persona per la condizione di asservimento alla quale è costretta rappresenta una violazione della sua dignità umana – evidenzia don Buonaiuto – Dalla vita trascorsa in strada accanto a quelle che il fondatore della mia comunità, don Oreste Benzi, insegnava a chiamare 'le nostre sorelline', ho imparato ad amare e soccorrere senza giudicare farisaicamente coloro che sono in condizioni di assoggettamento e di privazioni di libertà”. E quindi “vorrei mostrare a chi definisce 'proposta indecente', quasi fosse un film, l’inferno dal quale abbiamo salvato ragazze mutilate, ridotte in fin di vita, ricattate nei loro affetti più cari, utilizzate come macchinette per riempire di soldi le casse di clan in competizione tra loro per dividersi le strade che noi vogliamo restituire ai cittadini”. Ma per fare questo “dobbiamo ricordare che la causa dello sfruttamento delle donne a fini sessuali sono i cosiddetti 'clienti', ossia coloro che pensano di avere il diritto di acquistare giovani donne inermi”. La filosofia contemporanea dimostra con chiarezza che il linguaggio fotografa la realtà.

Simbolo e monito

“Merito quindi a chi, in consiglio comunale, ha voluto accogliere la nostra proposta di commemorare il martirio della più indifesa delle creature, alle cui esequie tutte le istituzioni civili e religiose resero omaggio in Cattedrale come atto pubblico di riparazione collettiva – spiega don Buonaiuto -. Dalla morte di Evelyn non abbiamo mai smesso di combattere per strappare ai trafficanti di carne umana le donne crocifisse che al Giubileo dell’anno 2000 San Giovanni Paolo II volle benedire proprio in piazza San Pietro come ostie viventi”. La loro redenzione, secondo il sacerdote in prima linea per la liberazione delle vittime della tratta per la prostituzione coatta, “deve essere simbolo e monito per una società non più complice e connivente, ma finalmente accogliente, inclusiva e pronta a sostenere le umane privazioni di libertà, autodeterminazione, prospettiva di futuro”. In tutto il territorio nazionale, la Comunità Papa Giovanni XXIII, in occasione della giornata che ricorda i femminicidi e le violenze subite dall’universo femminile, porrà un pubblico segno di ricordo delle donne uccise dalla tratta del mercimonio coatto. “Con questo gesto vogliamo ribadire a tutti che le vittime della prostituzione, resa dal feroce racket una moderna forma di schiavitù, sono esattamente sovrapponibili ai delitti commessi tra le mura domestiche e nel contesto familiare – sostiene don Buonaiuto -. Sarebbe utile a molti riprendere in mano il Vangelo per rileggere ciò che Gesù dice di coloro che creano scandalo ai piccoli, cioè alle creature più indifese, e che cosa replica ai benpensanti dell’epoca che lo rimproveravano perché frequentava peccatori e donne di malaffare: 'Vi precederanno nel Regno dei Cieli'. Se ne ricordino bene coloro che impropriamente vengono definiti clienti”. Nella prefazione al libro di don Buonaiuto “Donne Crocifisse” (Rubbettino), Papa Francesco chiarisce che l’unica maniera per combattere questa piaga è colpire la domanda come efficacemente avviene nell’Europa del nord attraverso normative mirate e funzionali. “Disarmare Caino è l’unico per prendersi cura di Abele – avverte don Buonioauto -. Non si pensi di nascondere queste vittime come polvere sotto il tappeto, allo stesso modo in cui negli anni ’50 l’opinione pubblica considerava fastidiosi e rifiutava gli 'ultimi' che don Benzi accompagnava. Non basta lavare il sangue da una strada per fingere che in quella fetta di cemento non sia stata spezzata una vita innocente”.

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