Dentro Villa Maraini, quando l'umanità sconfigge la droga

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Se mai capitasse di pensare che esistano luoghi specifici o soggetti più adatti di altri nell'avere a che fare con sostanze stupefacenti, forse sarebbe bene prendere in considerazione un dato: la distribuzione delle droghe sul territorio romano non è affatto uniforme ma, indifferentemente, coinvolge quasi tutte le zone della Capitale dove, al di là della presenza o meno di eventuali canali di spaccio, ci sono persone di ogni età ed estrazione sociale bisognose di essere aiutate, di ricevere quel supporto medico e, soprattutto, quell'input morale necessario a intraprendere un percorso di recupero. E, per far questo, c'è bisogno di andare loro incontro, di guardarli negli occhi e, se fosse possibile, di seguirli nel loro complesso cammino di rinascita, dalla strada alla vita. Quello che, da 42 anni a questa parte, fanno gli operatori della Fondazione Villa Maraini, creatura del dottor Massimo Barra e, dal 1976, un unicum a livello nazionale nell'assistenza ai tossicodipendenti. Una struttura attiva ogni giorno e per 24 ore al giorno, posta al di qua delle mura che separano Via Bernardino Ramazzini dal Parco della Croce Rossa, a poche centinaia di metri dall'Ospedale Spallanzani, nel pieno centro di Roma.

Nella Villa

Oltrepassato il cancello e i primi portoni, che accedono agli spazi dedicati alla Asl, una linea di demarcazione immaginaria separa l'assistenza medica ordinaria dall'areale occupato dai due padiglioni di Villa Maraini e dal parco che li circondano. Qui, ogni giorno, gente di ogni età viene a trascorrere parte del suo tempo, a confrontarsi con se stessa e con altri che convivono con gli stessi problemi. Non giovani, o almeno non tanto: con loro c'è tutt'altro approccio, un'assistenza diversa, per certi versi più complessa. Nei viali del giardino passano persone che giovani magari non sono più o che, quantomeno, quella parte di gioventù l'hanno persa, cercando ora di riprendersi quella vita di fatto interrotta dall'uso degli stupefacenti. Qualcuno entra, altri escono, alcuni siedono chiacchierando tranquillamente, altri ancora impugnano qualche strumento da giardino: anche questo fa parte della rinascita, una tappa che “serve anche un po' come responsabilizzazione degli utenti”, ci spiega un addetto della Fondazione che ci guida per i vari padiglioni. “Adattare la cura al paziente” e non viceversa: è il mantra cardine di tutte le attività di Villa Maraini, perché “nessun soggetto è uguale all'altro” e “nessuno reagisce allo stesso modo a una determinata cura”.

Una missione

Ecco perché a Villa Maraini si parla di “soglie”, un modo per individuare non tanto il tipo di assistenza a cui un soggetto verrà sottoposto, ma quanto egli sia disposto a seguirla. C'è una bassa soglia, ci spiegano, che è quella dell'intervento immediato, fatta di regole semplici e subitanee, che vanno dal soccorso in caso di overdose all'informativa sul posto dei rischi legati ai contagi di malattie trasmissibili attraverso lo scambio di siringhe o rapporti non protetti. Un'assistenza “on the road” e, anche in questo, Villa Maraini è un caso-simbolo: “Da un'attività avveniristica che era – ci spiegano – ora sono le stesse Forze dell'ordine a chiamarci, ma anche gli ospedali. Non è facile, infatti, trovarsi di fronte a una persona in crisi di astinenza o violenta. Esistono modi diversi di approccio a seconda dei casi e a seconda del tipo di droga usato”. A volte è necessario sedare gli spasmi da dipendenza, aiutando il soggetto a calmare il suo organismo anche con distribuzione di siringhe sterili per poi avvicinarlo e metterlo di fronte alla possibilità di recuperare se stesso attraverso i servizi offerti dalla Fondazione.

Percorsi diversi

L'accesso alle altre due soglie previste, media e alta, dipende esclusivamente dall'utente: “Sono loro a decidere, a valutare se e quanto possono spingersi a fondo per uscire dal tunnel della droga e lasciarsi alle spalle magari 15 anni di dipendenza”. Questo non dipende solo dalla tempra morale del soggetto ma anche dalla sua tipologia di vita: a Villa Maraini gli utenti non trascorrono le loro giornate in un contesto isolato o racchiuso nei muri di cinta, ma vengono giornalmente reintrodotti nei loro contesti di vita, posti di fronte alle loro problematiche quotidiane rinforzati da un esempio di convivenza e confronto che imparano a sviluppare nelle 12 ore trascorse nella casa: “Chi riesce a compiere il percorso fino in fondo esce da qui profondamente rinnovato, con una conoscenza di sé invidiabile, decisamente superiore rispetto a un qualunque individuo”. Molti di loro sono ancora lì, nei padiglioni della Villa non solo come collaboratori ma anche come testimoni. Uomini e donne che, da ex tossicodipendenti, sono ora divenuti coloro che approcciano con i nuovi utenti, proprio in virtù della loro sviluppata sensibilità nel relazionarsi con individui che vivono gli stessi problemi da loro conosciuti in passato.

Aiuti medici

Passeggiando per il complesso, dalla palazzina Maraini che ospita il centro di prima accoglienza (dove gli utenti si recano non appena arrivati nella struttura e dove vigono le regole della bassa soglia), ci trasferiamo presso il padiglione Frascara: qui ci si dedica agli utenti della soglia media e alta, o a coloro che, per esigenze di vita quotidiana, non possono usufruire del servizio h 12. Dislocati in un corridoio che, fra le altre cose, comprende il ricovero notturno, si alternano il consultorio, dove è svolto il servizio terapeutico, di gruppo e non, e gli ambulatori di somministrazione di sostanze farmcologiche, tra i quali il metadone: “Questo medicinale ci aiuta molto. Nonostante i pregiudizi attorno a esso, si tratta di un buon equilibratore che consente a chi ne fa uso di stabilizzare un organismo che, comunque, è stato stravolto da anni di assunzione di sostanze chimiche”. Un altro aiuto, spiegano, arriva dal naloxone, farmaco utilizzato come salvavita per persone in stato di overdose.

Gli occhi della missione

Il dottor Massimo Barra è il fondatore di tutto questo, promotore di un'idea di intervento e assistenza che esula non poco dai normali approcci di prevenzione e cura. Anche l'atto di fornire una siringa sterile a un tossicomane (prerogativa dei soccorritori delle miniambulanze che compiono il servizio di assistenza su strada), poteva correre il rischio di essere frainteso come “una sorta di complicità” piuttosto che compreso come una forma di prevenzione contro Aids o epatiti varie. “La droga è democratica – ci spiega -, non fa distinzioni di etnia o status quo. Per salvare qualcuno è necessario innanzitutto non farlo morire, cosa che con una crisi di astinenza può accadere”. L'obiettivo primario della Fondazione è questo: “Impedire che accada l'irreparabile”. Dopodiché, inizierà il vero e proprio percorso di rinascita, dalla strada alla società. Un modo di agire che, da 40 anni a questa parte, ha raccolto consensi internazionali, risultando tutt'oggi però un caso praticamente unico in Italia. Il motivo? “I burocrati, la convinzione di poter applicare un modello standard a chiunque, di poter salvare qualcuno senza considerare la sua natura di essere umano”. Ma non solo. Il dott. Barra lamenta anche l'assenza di un interlocutore istituzionale, che possa avere voce in capitolo rispetto a quanto operato dai volontari di Villa Maraini: “Ci fosse, almeno sapremmo a chi rivolgerci. Anche solo per discuterci. Al momento non c'è nessuno che abbia questo tipo di ruolo”. Ed è forse per questo che, dopo 42 anni, l'approccio di questi operatori resta così peculiare, nel nostro Paese ma anche al di fuori.

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