Combattere il suicidio

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Ogni anno in Italia 4.200 persone si suicidano. Un vero e proprio cancro sociale su cui numerose associazioni stanno cercando di lavorare. Fra queste c'è l'International association for suicide prevention (Iasp) della quale il prof. Maurizio Pompili è il referente italiano. Docente associato di psichiatria presso la facoltà di Medicina e Psicologia della Sapienza di Roma, ci ha aiutati a fare il punto su questa piaga. 

Perché i suicidi sono aumentati?

“Il suicidio è un fenomeno multifattoriale e tra i numerosi elementi contribuenti nessuno appare esclusivo.  Attualmente, in prima istanza, è dovuto alla crisi economica, alla perdita del posto di lavoro, all’indebitamento e quindi alla paura di non farcela. La ferita lacerante da fallimento. E poi l’abuso di sostanze, il bullismo, il cyber bullismo, l’instabilità familiare, povertà ma anche eccessiva disponibilità di mezzi economici. Le cause, insomma, sono molteplici, a volte insondabili. In Italia ogni anno si tolgono la vita 4.200 persone, se ci pensa è un numero esorbitante. Ormai coinvolge tutte le fasce di età, dagli adolescenti agli anziani”.

Chi pensa di togliersi la vita è sempre cosciente della scelta?

“Non ci si arriva per caso, è un percorso che attraversa fasi alterne. Chi pensa al suicidio in realtà vuole vivere perché spera in una soluzione.  È generalmente innescato da eventi negativi nella vita di tutti i giorni. Molti aspiranti suicidi sono afflitti dal tormento psichico che, se risolto, fa allontanare i pensieri e i propositi di porre fine alla propria esistenza. Se la sofferenza viene gestita per tempo si può evitare il gesto estremo”.

È in costante incremento tra i giovani e in alcuni casi bambini, come si spiega?

“Spesso troppo frettolosamente si fanno collegamenti parziali: le discordie familiari, le colpevolizzazioni del bambino, un brutto voto a scuola, la paura di dirlo ai genitori che nutrono aspettative. Oppure come ho precedentemente detto non sentirsi all’“altezza” del gruppo, il non riconoscersi, la mancanza di empatia,  la difficoltà a socializzare, l’esclusione o l’autoesclusione. In Italia abbiamo avuto casi di bambini di 7, 8 e 9 anni  che si sono tolti la vita. Oggi parliamo di una vulnerabilità che si crea fin dai primi anni di vita in condizioni ambientali non accoglienti per il nuovo essere umano. Tale vulnerabilità è foriera di rischio di suicidio quando successivamente avvengono eventi avversi anche di tipo routinario”.

Quante vite siete riusciti a salvare?

“Vediamo tanti soggetti in crisi che passano nel nostro servizio. Tra tutti i pazienti trattati non ci sono stati casi di suicidio, quindi potrei affermare che sono stati evitati tutti, almeno fino a questo momento. Siamo presenti sul territorio e afferiscono presso la nostra struttura numerosi casi, provvidenzialmente risolti e molti in via di soluzione. È una speranza”. 

Rimanendo in tema di adolescenti, che ruolo assumono i genitori davanti a un problema così devastante?

“Non è facile per niente, si rimane sbigottiti. Il tentativo, o il suicidio stesso, di un figlio o di un congiunto che è un evento devastante, provoca un dolore lacerante. Sorgono mille domande, mille 'se avessi fatto', 'se avessi vigilato'. Prendere coscienza di un fatto così terribile non è per niente facile, è contro natura. Se si fa in tempo esistono le terapie, in caso contrario, quando è avvenuto, la famiglia non può rimanere da sola, va sostenuta nel metabolizzare. Non è raro che all’interno di una stessa famiglia possono esserci più casi di suicidio. Esiste una familiarità psichica che si trasmette”.

Si possono cogliere dei segnali oppure sono situazioni repentine?

“I segnali ci sono, ad esempio dire di voler morire, l’isolamento, il cambiamento di umore, di atteggiamenti e comportamenti abitudinari e soprattutto l’insonnia e l’ansia. I soggetti possono aumentare il consumo di alcol droghe, mostrare aggressività e impulsività o ritirarsi dagli affetti e dalla società. Anche la paura di affrontare una malattia può essere devastante”.

Cosa fare per prevenire?

“Stare attenti, seguire le persone che stanno attraversando una crisi. Non avere fretta, ascoltare, proporre una soluzione. Spesso dal mondo esterno non si colgono i messaggi, oppure non si sa come rispondere alle richieste di aiuto. Parlare del suicidio aiuta chi lo vuole compiere, chi è in crisi si sente sollevato dall’opportunità di sperimentare l’incontro empatico con l’altro. È una sfida per la collettività intera, non solo per gli addetti al settore”.

In cosa consiste il vostro servizio? 

“Operiamo all'interno dell'ospedale Sant'Andrea di Roma, uno dei principali poli di ricerca scientifica al mondo nel campo del suicidio. Oltre me che lo dirigo, ci avvaliamo della collaborazione di un’equipe di ricercatori, psichiatri e psicologi esperti. Chiunque necessita può afferire presso la nostra unità”. 

Com'è possibile contattarvi? 

“Siamo reperibili allo 06 33 77 56 75 presso l’Azienda Ospedaliero-Universitaria Sant’Andrea di Roma. Il nostro sito è www.prevenireilsuicidio.it. Il 13 e il 14 settembre prossimi affronteremo i temi proposti dalla Giornata Mondiale per la Prevenzione del Suicidio nell’Aula Magna della Sapienza”. 

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